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Ottobre lontano

20.10.2017 - aggiornato: 20.10.2017 - 07:00

di Giovanni Molo

100 anni, il compleanno più bello, l’anniversario più tondo: centenario dalla rivoluzione russa ad ottobre. Per i 40 anni, i 50, ed i 60 furono festeggiamenti in pompa magna. Come per tutti gli anniversari che si rispettano, non si guardava tanto indietro, ma soprattutto avanti, per celebrare l’avvento del sol dell’avvenire, che, così come aveva cominciato ad irraggiare la Russia, creando l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, era, presto o tardi, destinato ad illuminare tutto il mondo. Non si festeggiava solo il fatto storico, contingente, avvenuto nella Russia lontana, ma anche la vittoria di un’idea, universale, e la Russia lontana diventava quindi vicina, a tutti i popoli ed a tutti i lavoratori accomunati da un’eguale condizione di oppressione, e da un uguale destino di riscatto. Si sono scritte milioni di pagine sul perché il socialismo, così come realizzato in Unione Sovietica, sia imploso: argomenti e contro-argomenti, tra chi sosteneva l’inevitabile fallimento di un’idea, e chi invece ribatteva che indigesta fosse soltanto la salsa russa. Non vogliamo, quindi, spendere una parola di più. Ci chiediamo, invece, perché per questo centesimo compleanno nessuno, o quasi, festeggia. A guardare nella chiave di lettura della contrapposizione tra padroni e lavoratori, la classe di quelli che avrebbero dovuto appropriarsi attraverso lo Stato dei mezzi di produzione va progressivamente assottigliandosi. La proprietà dei mezzi di produzione, se ancora di mezzi di produzione si può parlare, si smaterializza e si scompone in più segmenti, anche immateriali. I brevetti contano di più delle fabbriche. E diventano essi stessi degli oggetti di commercializzazione. Il nuovo mondo che celebrava la vittoria della rivoluzione russa è così diventato vecchio. Naturalmente, dire che è andata sfumando questa contrapposizione tra padroni e lavoratori non significa dire che tutti stanno bene e che i problemi si sono risolti. Ci sono volute un paio di generazioni per passare dall’utensile alla macchina, un battito di farfalle per sorpassare la stessa automatizzazione con l’informatizzazione secondo un ritmo crescente d’innovazione, dove siamo tutti chiamati a stare al passo, formandoci e riformattandoci. Al posto della calda solidarietà degli sfruttati, c’è oggi la gelida solitudine dei molti esclusi, che sono inciampati e che non si sono più ripresi. Cercare di fare il meglio per restare in gioco, ma dare un senso ed una dignità alla vita anche se si inciampa, è la chiave per guardare avanti. E da questo profilo, qui, come a Mosca, non solo non è rimasto quasi più nessuno ad accendere le cento candeline per la rivoluzione d’ottobre, ma non potrà essere la fiaccola di quei giorni ad illuminare la via.

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