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Padre, padrone e politico

25.01.2018 - aggiornato: 25.01.2018 - 09:00

di Sergio Morisoli

© Foto archivio

In economia spesso si pensa, si studia e si ragiona pensando a ciò che ci circonda e non a noi stessi. Mentre la realtà economica è la somma di miliardi di decisioni e di non decisioni singole, cioè prese da ogni persona. In questo senso non è un dettaglio sapere chi è chi, e chi si è. Mi è stato chiesto chi sono. Domanda banalissima, alla quale si può rispondere con nome e cognome; tuttavia può essere nello stesso tempo  una domanda difficilissima che ti fa scervellare. Per quel che mi riguarda sono padre, padrone e politico. In quanto padre mi occupo di procacciare i mezzi per mantenere la famiglia entro la quale cerchiamo di educarci a una vita buona, cioè giusta. Da padrone, ma sarebbe meglio dire manager in quanto la ditta non mi appartiene, mi occupo di portare affari  e prendere quelle decisioni per mantenere l’azienda sana e permettere ai 650 dipendenti di avere i mezzi per portare avanti a loro volta le loro famiglie, cioè assieme cerchiamo di darci una buona vita, ossia prospera. Da politico a pensarci bene, pur occupandomi di un livello più generale e anonimo, cerco  di fare in modo che  sia le famiglie che le aziende possano godere di una buona vita perseguendo una vita buona. Sembra complicato ma se consideriamo il core business della famiglia e quello dell’azienda le cose quadrano. La famiglia è la palestra in cui si imparano e si rafforzano quei principi e quei comportamenti di cui ogni libero mercato sano e prospero non può fare a meno. Quali sono: la fiducia, la propensione al rischio calcolato, la speranza, il rispetto dell’altro, l’accettare le correzioni, il perseguire uno scopo senza marciare sugli altri e altro ancora. In famiglia, giorno dopo giorno, gratuitamente e con naturalezza si impara: a condividere le circostanze, a litigare costruttivamente, a fare qualche passo indietro, ad ammettere gli errori, a chiedere aiuto spontaneo, a stare assieme per uno scopo, a capire che esiste la gratuità e che serve moltissimo, a perdere la faccia ma a sentirsi voluti bene lo stesso, a rimanere uniti nella difficoltà, a gioire per la felicità dell’altro, a mantenere la parola data, a non fare all’altro ciò che non vorremmo fosse fatto a noi, a provare sulla pelle che le risorse sono limitate, a scambiarsi consigli, a trovare soluzioni, compromessi. Tutte esperienze ed allenamenti impagabili per lo Stato e utili ai mercati. L’azienda e la famiglia sono ciò che abbiamo di più solido per produrre benessere e prosperità per tutti. Nell’azienda, grazie all’utilitarismo e alla competitività, c’è un’umanità enorme e un moralità eccelsa. È il luogo unico in cui una persona che si alza al mattino va a produrre qualcosa per un’altra persona che nemmeno conosce. Non solo, cerca di produrla e offrirla nel migliore dei modi per soddisfare l’altro (fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te). Nelle aziende c’è abbondanza di aiuto reciproco, di intesa, di resistenza, di sacrificio affinché l’azienda continui a vivere e mantenere e generare posti di lavoro. La miglior socialità? La forniscono direttamente le aziende creando opportunità di lavoro, profitti e indipendenza finanziaria per chi ci lavora dentro e le loro famiglie, non sono i budget assistenziali o di disoccupazione statali.

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