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Più libertà quando lo stato funziona

03.10.2017 - aggiornato: 03.10.2017 - 12:31

di Gianfranco Fabi

È stata pubblicata nei giorni scorsi una delle tante classifiche che danno le pagelle ai Paesi in base ai più diversi parametri: dalla ricchezza alla produzione, dalla competitività alla felicità. Questa volta è stato il turno della libertà economica con una ricerca, ormai consolidata e considerata molto autorevole, condotta dal Fraser Institute, un centro studi canadese indipendente. 

La classifica conferma sostanzialmente le posizioni degli anni scorsi con Hong Kong e Singapore ai primi posti seguiti da Nuova Zelanda, Svizzera e Irlanda. Non sorprende che tra i primi dieci si trovino Gran Bretagna e Mauritius mentre può essere considerato meno scontato che tra le prime dieci troviamo Georgia ed Estonia accompagnate dall’Australia.

Ma che cosa è la libertà economica? I parametri presi in esame dai ricercatori canadesi non sono né pochi né facili da misurare. Si parte dalla libertà imprenditoriale, si controlla la libertà di mercato, si esamina la libertà monetaria, si valuta il livello delle spese governative in percentuale del Pil, si osserva la libertà fiscale, si verifica la reale difesa dei diritti di proprietà. E poi si tiene conto della libertà di investimento, dell’apertura del mercato finanziario, della libertà dalla corruzione e della libertà del lavoro. Quest’anno per la prima volta (meglio tardi che mai) le classifiche hanno tenuto conto anche dell’uguaglianza di genere, cioè delle pari opportunità tra uomini e donne.

Oltre ai risultati effettivi di questa classifica, risultati che sollecitano più di una riflessione, è interessante sottolineare il metodo di fondo che guida anno dopo anno l’analisi sulla libertà economica. Si tratta infatti di valutare non soltanto l’apertura del mercato e la libertà degli operatori, con in prima fila i consumatori e le imprese, ma anche di vedere come gli Stati riescono a garantire una regolamentazione coerente e un controllo efficace per contrastare i fenomeni che possono ostacolare le diverse attività. Si guarda allora alle leggi contro i monopoli, delle garanzie di trasparenza degli operatori finanziari, della lotta alla corruzione, del funzionamento della giustizia per tutelare il rispetto dei diritti e della proprietà.

Il ruolo dello Stato è quindi fondamentale, uno Stato che anche in una visione liberale della società ha un compito ineliminabile. Come scriveva Luigi Einaudi in una delle sue Prediche inutili: “Che i liberali siano fautori dello Stato assente, che Adamo Smith sia il campione dell’assoluto lasciar fare e lasciar passare, sono bugie che nessuno studioso ricorda; ma per essere grosse sono ripetute dalla più parte dei politici, abituati a dire “superata” l’idea liberale: non hanno mai letto nessuno dei libri sacri del liberalismo e non sanno in che cosa esso consista”.

Si sente infatti spesso parlare di “fallimento del mercato” o delle crisi causata dal “neoliberalismo” mentre il più delle volte ci troviamo di fronte a difficoltà causate da uno Stato nello stesso tempo invadente e inefficace. Ma bisogna riflettere sul fatto che probabilmente il vero problema delle società attuali non è quello di aderire a questa o quella visione ideologica, ma di sollecitare la responsabilità di tutti per un equilibrio dinamico tra due dimensioni che devono coesistere e sostenersi a vicenda, lo Stato e il mercato.

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