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Politica spendacciona e consenso sui tagli?

12.10.2017 - aggiornato: 12.10.2017 - 08:00

di Paolo Pamini

(Foto archivio CdT)

L’attuale proposta di riforma fiscale e sociale cantonale mette in luce un noto problema della finanza pubblica moderna: è necessario contenere e ridurre la spesa statale, e con lei il carico fiscale, ma nell’immediato quasi nessun politico è disposto a varare misure di taglio. Il motivo è molto semplice: politici e burocrati non sono diversi dalle altre persone, e cercano di soddisfare i propri obiettivi all’interno delle restrizioni poste loro. Anche ammettendo che si tratti esclusivamente di obiettivi nobili e nell’interesse del bene comune (non chiediamoci qui che cosa questo esattamente significhi), due ragioni spingono politici e burocrati ad aumentare in continuazione la spesa statale. 

La prima è che, finché pagano gli altri, non vi è limite ragionevole sui mezzi da impiegare per conseguire un determinato obiettivo, per quanto opportuno questo sia. Desideriamo garantire la sicurezza ai cittadini? Vanno sottratte ai contribuenti risorse per finanziare un poliziotto ogni 200 abitanti, ogni 100, ogni 50, o addirittura per prevedere una guardia del corpo personale? Nel mercato il problema non si pone, perché l’azienda privata non può fare perdite a lungo termine e inoltre i suoi ricavi dipendono dalla volontà del cliente a pagare. Siamo infatti ognuno di noi clienti che decidiamo quanto è sensato spingersi con i costi, confrontando un loro incremento con quello della qualità del bene o del servizio e fermandoci dove ritenuto opportuno. Lo facciamo quotidianamente quando valutiamo quanto spendere in cibo, vestiti, automobili, abbonamenti del giornale… Fintanto che lo Stato (compreso un Cantone o un Comune) è piccolo, qualcosa della dinamica del mercato rimane: legalmente i contribuenti non possono evitare di farsi tassare, ma possono decidere dove ciò debba avvenire. Quando un Comune o un Cantone peccano di eccesso di zelo e immancabilmente esplode il prelievo fiscale, poco a poco qualche contribuente sceglie altri Comuni o altri Cantoni più prudenti. Esattamente come un cliente che sceglie prodotti di offerenti diversi, con un differente prezzo e una differente qualità. Non tutti viaggiano in Rolls Royce, neppure i milionari che potrebbero permettersele. 

Il secondo motivo della bulimia della finanza pubblica è un po’ più politicamente scorretto, ma ampiamente documentato dalla letteratura economica. Ogni quattro anni i politici democratici hanno un grande problema: farsi rieleggere. Questa restrizione tocca chiunque, anche i politici totalmente benevoli e disinteressati. Per questo motivo, chiunque diventa vittima del clientelismo politico, ossia della promessa di voti in cambio di favori. Dato che lo Stato è quell’agenzia che può permettersi di “offrire” beni e servizi decidendo unilateralmente quanto il “cliente” deve pagare, e dato che per far ciò assume del personale o dà in mandato e appalto molte funzioni, si capisce che chi controlla la spesa statale (per quanto benevolente possa essere) ha improvvisamente molti amici... ed elettori.

Fortunatamente il giocattolo ad un certo punto si rompe. Non si possono sottrarre ad libitum risorse ai contribuenti per far favori ai propri elettori senza pensare che prima o poi i primi partano per altri lidi. Questa realtà è una restrizione ben nota anche allo statalista più scatenato. Come uscirne? Il sogno è quello di impedire la fuga delle vacche da latte, per esempio “armonizzando” le imposte tra Cantoni o Comuni in modo da mungere i contribuenti un po’ di più. L’alternativa realistica è quella di creare consenso politico su tagli e contenimento del prelievo fiscale (e della spesa) a lungo termine, magari quando i politici attuali saranno fuori dai giochi e non dovranno rendere conto alle clientele. È possibile che una maggioranza di politici spendaccioni decidano oggi in forma vincolante di diminuire le imposte tra 10 anni. Lo ha fatto la Germania una decina di anni fa. Lo ha fatto la Confederazione con il freno all’indebitamento. E se si decidesse oggi di ridurre le imposte in Ticino a passetti sull’arco di 5-10 anni?

(Paolo Pamini, AreaLiberale ed Istituto Liberale)

 

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