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Proletari imborghesiti?

03.03.2016 - aggiornato: 03.03.2016 - 00:15

di Sergio Morisoli

Sergio Morisoli.

di Sergio Morisoli

 

Il sentire comune è che: il Governo governa poco, il Parlamento si perde nelle brume, i partiti sono impotenti e frustrati, i cittadini rassegnati. Finora ritenevo, erroneamente, che la causa fosse politica: la caduta delle ideologie. Un momento di assestamento, invece no.

 

Dal tramonto delle ideologie, alla notte che ne è seguita, ora passata l’aurora del XXI secolo, la luce accentua un fatto: in Ticino le categorie sociali a cui le ideologie si riferivano non sono mai esistite. In un secolo siamo passati da un popolo povero che lottava per (sopra)vivere a un popolo benestante medio. Se ci guardiamo attorno scopriamo che la borghesia e la politica borghese non sono esistite, scopriamo che i proletari e la politica socialista non sono esistiti. Al contrario, nel benessere, c’è stata una deriva individualista incollata ad una omologazione statalista. Perché? Per sviluppare una politica borghese ci vogliono i borghesi; per sviluppare una politica socialista ci vogliono i proletari.

 

Il Ticino non ha mai avuto e continua tuttora a non avere numeri rappresentativi di padroni borghesi «suoi», né di operai proletari «suoi» cresciuti ed educati al socialismo. Ricchi molti, e poveri pure, ma non borghesi e non proletari.

 

Quelle che noi chiamiamo politiche borghesi o socialiste nostrane, sono entrambe degli scarabocchi rispetto a quelle originali. La maggior parte dei «padroni» veniva da nord e più recentemente anche da sud; e non vota. 

La maggior parte degli operai (fuori dalle officine) da sempre viene da sud, oggi frontalieri; e non vota.

 

Di politica non se ne sono mai occupati. I ticinesi? La loro vita l’hanno spesa rincorrendo posti nello Stato, parastatali e nelle grandissime regie federali (poste, telefoni, ferrovia, officine, militare, dogane), o nel privato per grandissime banche e assicurazioni. È uno schema sociale che ha funzionato e ne siamo grati: agli indigeni lo Stato e l’artigianato, ai forestieri il mercato. Ma è finito per sempre.

 

Ora ci troviamo davanti alla necessità di ricostruire e per farlo è necessario ammettere che la ricchezza non ci ha fatto diventare borghesi, ma proletari benestanti. In altre parole siamo un ampio ceto medio, dove quelli del livello inferiore temono di diventare poveri e quelli del livello superiore iniziano a capire che la loro crescita è al capolinea. Siamo circondati dalle politiche di sinistra dall’estero e dall’interno, ci vorrebbe una vera politica borghese per risolvere i problemi. Ma la lacuna è immensa: le politiche liberalconservatrici non le ha allevate nessuno. Il concetto svizzero di «Bürgerlich» più volte dato per scontato e implicitamente ritenuto acquisito è un errore. Specialmente in Ticino.

 

Cosa oggi significhi «Bürgerlich» per i cittadini che hanno meno di 50 anni non è dato sapere. Si parte da un presupposto sbagliato: quello che la «Bürgerlichkeit svizzera» sia ancora un dato di fatto naturale visibile nella realtà. Cosa sia una politica borghese o i valori borghesi, ecc... è tutt’altro che scontato. Esiste una politica borghese se esistono i borghesi che fanno politica, e qui sta il punto.

 

Quanti, quali e chi sono i borghesi oggi? Una borghesia si forma se vi è una chiara prevalenza di persone che testimoniano coi fatti: la proprietà privata, l’intraprendenza economica propria, la solidarietà privata reciproca, la sussidiarietà dello Stato, il radicamento territoriale, alcuni valori morali solidi; caratteristiche non certamente in crescita negli ultimi decenni.

In Ticino  la ricchezza borghese è in crescita, ma a mancare è la cultura borghese. Lo si vede nei partiti, in Gran Consiglio e in Governo.

Nel dibattito volgare e nella società civile sempre più statalizzata. Nessuno ha mai inventato una politica borghese per il proletariato benestante, chi la inventa vince e forse ci salva.

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