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Ritrovare la dimensione "spazio"

23.02.2018 - aggiornato: 23.02.2018 - 09:00

di Remigio Ratti

(FOTO FIORENZO MAFFI)

Viviamo in una società “liquida” (Zygmunt Bauman), in un “mondo piatto” (Thomas Friedman), ben riassunti nello slogan: “Ogni cosa, dappertutto e in ogni momento”. Le dimensioni tempo e spazio non sembrano più essere degli ostacoli: se in passato si tendeva a superare quello dei tempi di spostamento tramite la concentrazione degli insediamenti (borghi, città), oggi, invece, sono le distanze a poter essere superate con un minimo di condizionamenti temporali (Internet). La conseguente banalizzazione degli spazi è palpabile appena ci si soffermi a guardare l’evoluzione – frammentata e disordinata – di un territorio colonizzato e ridotto a semplice funzione d’uso. Il paesaggio che ne deriva sembra essere fatto di oggetti giustapposti e non, come dovrebbe essere, uno spazio di relazione e di equilibrio dinamico e sostenibile tra uomo e natura. Con ritardo la società civile sembra reagire, ma lo fa sentire con segnali di chiusura, di difesa dell’acquisito, protezionismi, nazionalismi e di identità che, analizzati, hanno tutti il carattere di forzature, spesso, persino contraddittorie.

L’economia, il mondo imprenditoriale, nonché la tendenza dominante nell’insegnamento economico hanno grosse responsabilità in questi deficit di governanza, pubblica e privata, dei processi di sviluppo, facilmente osservabili a tutte le scale territoriali. Certo esiste, ma minoritaria e spesso messa in subordinazione, una corrente di economisti che mette in evidenza il ruolo dello spazio, non come semplice contenitore e componente di costi, ma come fattore attivo e cruciale nel determinare economie/diseconomia esterne, sinergie e potenzialità d’innovazione. In altri termini, sono le interrelazioni qualificanti un determinato spazio che danno luogo a un paesaggio economico, costitutivo del suo capitale territoriale e del suo capitale sociale. Quasi a maggior ragione il messaggio rimane valido nella società digitale. La dimensione spaziale non deve essere persa - pur nella complessità di un “paesaggio economico” leggibile solo dietro le quinte - nell’attuazione, per esempio, delle politiche d’innovazione, di promozione cantonale e transfrontaliera, nonché in quella degli enti regionali di sviluppo.

La velocità dei mutamenti e una politica costretta al piccolo cabotaggio hanno ridotto visioni ed ossigeno. Eppure la società ha i suoi anticorpi. In questa fase, un’aggiuntiva spinta nuova sembra venire nella pianificazione del territorio dal moderno approccio paesaggistico. Esso è volto a valorizzare, ripristinare e creare un nuovo paesaggio in termini di relazioni dinamiche tra uomo e natura. Certo, i buoi sembrano ormai fuori dalla stalla, specie per gli effetti perversi dei piani regolatori comunali. Tuttavia, sta maturando a una diversa percezione culturale dello spazio entro il quale viviamo e che vogliamo meglio governare per il nostro benessere (smart cities; smart lands).

Gli esempi sono già molteplici; sia locali, come quello dei riusciti interventi alla foce del Cassarate; sia quelli attesi dai piani direttori delle nuove aggregazioni comunali, come a Mendrisio; sia quelli a livello regionale, come per il Progetto di Parco Nazionale del Locarnese. Risposte che devono dare speranza costituendo, se percepite e fatte proprie dai cittadini, un’intelligente alternativa alle chiusure a riccio connesse con un individualismo imperante e miope di fronte alle necessità di condivisione e costruzione comune del nostro avvenire.

 

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