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Salari minimi cantonali alla stretta finale

02.11.2017 - aggiornato: 02.11.2017 - 11:32

di Stefano Modenini

© Foto archivio CdT

Fra alcuni giorni il Consiglio di Stato licenzierà all’indirizzo del Gran Consiglio il messaggio relativo alla legge cantonale di applicazione sui salari minimi, votati dal popolo nel 2015. Come già dichiarato dal consigliere di Stato Christian Vitta, la strada del salario minimo orario unico sarà abbandonata per motivi giuridici a favore dei salari minimi differenziati per categoria e mansione, cioè la soluzione che nel gruppo di lavoro incaricato dal Consiglio di Stato di proporre un’applicazione dei salari minimi i rappresentanti di parte padronale hanno sempre sostenuto. Ricordiamo allora a questo proposito cosa recita l’articolo costituzionale votato dal popolo: «Ogni persona ha diritto ad un salario minimo che gli assicuri un tenore di vita dignitoso. Se un salario minimo non è garantito da un contratto collettivo di lavoro (d’obbligatorietà generale o con salario minimo obbligatorio), esso è stabilito dal Consiglio di Stato e corrisponde a una percentuale del salario mediano nazionale per mansione e settore economico interessati». Vediamo allora di dipanare alcuni concetti. In primo luogo i salari minimi non si applicano ai contratti collettivi di lavoro in essere, nemmeno se essi dovessero prevedere salari minimi inferiori a quelli che saranno proposti dal Governo cantonale. Qualsiasi tentativo di violare il testo costituzionale sarebbe sicuramente oggetto di ricorsi al Tribunale federale. Qui a prevalere sui salari minimi è la contrattazione fra le parti sociali e il fatto che sovente nei contratti collettivi di lavoro al salario base si aggiungono prestazioni extra salariali, anche in termini remunerativi, che aumentano di fatto il reddito annuale della persona. 

In secondo luogo i salari minimi cantonali dovranno essere fissati in base a una percentuale del salario mediano nazionale per mansione e settore economico interessati. A quanto deve ammontare questa percentuale? Ragionevolmente fra il 55 e il 60%. Ad esempio nei Cantoni di Giura e Neuchâtel, dove si prevede ugualmente un salario minimo, tale percentuale è di circa il 56%. Perché questa cifra? Immaginabile che andando troppo oltre si entrerebbe nella sfera di salari minimi di natura economica e non più sociale, dunque in contrasto con l’articolo 27 della Costituzione federale sulla libertà economica e contrattuale.

Ma cosa vuol dire in terzo luogo fissare dei salari minimi per mansione e settore economico interessati? L’articolo costituzionale votato dal popolo ticinese nel 2015 non lascia dubbi a mio giudizio: bisogna proprio prendere in considerazione sia la categoria professionale sia la singola mansione; uno solo dei due elementi non è sufficiente. E qui sorge sicuramente una prima complicazione, perché non esistono probabilmente a livello federale informazioni statistiche così esaustive che permettano di soddisfare quanto prevede la Costituzione ticinese. Se prendiamo ad esempio in considerazione la classifica dei salari mensili lordi per rami economici notiamo alcune storture. Ad esempio il settore orologiero è stato accorpato con quello della fabbricazione di computer, prodotti di elettronica e ottica. Questo accoppiamento di fatto alza i salari nazionali in questi rami, che hanno strutture, situazioni congiunturali, margini di guadagno e altri fattori del tutto differenti.

Molto probabilmente il salario minimo non vedrà la luce in Ticino prima di qualche anno e vi sono forti possibilità che la soluzione che sarà adottata dal Gran Consiglio passi poi al giudizio della corte del Tribunale federale.

(Stefano Modenini, direttore AITI)

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