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Teorie economiche e finanziamento statale della TV

17.01.2018 - aggiornato: 17.01.2018 - 17:26

di Paolo Pamini

(Foto archivio CdT)

“No Billag” offre un’ottima occasione per un Economando su quanto la teoria economica abbia da dire a proposito del finanziamento statale di radio e tv.

Al momento della sua nascita circa 60 anni fa, l’industria radiotelevisiva era caratterizzata dall’invio di segnali aerei captabili liberamente con un’antenna. La particolarità è l’impossibilità di escludere un consumatore dalla ricezione del segnale e la continua disponibilità del segnale anche con l'aumentare dei consumatori. Secondo la teoria predominante, nessun’azienda privata offrirebbe un tale prodotto perché tutti lo consumerebbero “a scrocco”. Ecco spiegata la necessità di finanziare la televisione con un canone obbligatorio non appena si disponesse di una tv. La teoria è tuttavia parzialmente sconfessata da un’alternativa che tutti ben conosciamo: la pubblicità. L’ampia diffusione del messaggio televisivo, la possibilità di escludere clienti pubblicitari che non pagano e la rivalità tra di loro per lo stesso minuto televisivo fa sì che l’incasso pubblicitario sia invece assicurato.

Col passare degli anni, in particolare con l’avvento delle tv via cavo e satellitari, divenne possibile escludere chi non voleva pagare. Il finanziamento statale del settore televisivo (o la sua forte regolamentazione) veniva allora giustificato con la cosiddetta teoria dei monopoli naturali. Posare cavi televisivi o lanciare satelliti è un’impresa con enormi costi fissi e costi minimi una volta in funzione. Chi si muove per primo nella costruzione della rete rende diseconomica l’impresa di un eventuale concorrente. Tuttavia, anche in questo caso la storia insegna che vi fu parecchia concorrenza privata, in particolare sul piano dei satelliti. Inoltre, l’avvento del segnale video tramite internet (una rete già disponibile per altri scopi e sempre più rapida) ha soppiantato anche il caso dei monopoli naturali, rendendo molto semplice per chiunque l'offerta di video.

Una terza possibile giustificazione del finanziamento statale del servizio radiotelevisivo si riferisce ai cosiddetti beni meritori, ossia beni (o servizi) particolarmente desiderevoli per i quali si è dell’idea che l’offerta in regime di libero mercato sia insufficiente. La produzione di cultura ne è un classico esempio. Trattandosi di finanziamenti coatti tramite l’attività fiscale dello Stato, è la politica a decidere. Come ebbe a dire per la prima volta nel 1967 l’economista americano Gordon Tullock (uno dei fondatori della Public Choice School), in tali contesti è tuttavia possibile la nascita di comportamenti di rent seeking, ossia il procacciarsi rendite a costo di terzi senza complessivamente aumentare il benessere della società. Restando nell’esempio di sopra, i produttori di cultura potrebbero entrare in commistione con i politici (invitandoli per esempio ad eventi esclusivi, ma soprattutto con attività intellettuali tese a legittimare lo statalismo) per aumentare il prelievo fiscale (es. canone) e produrre più servizi culturali di quanto i consumatori sarebbero normalmente disposti a pagare. Il risultato rischia di essere un’inefficiente sovraofferta di servizi a beneficio di chi non avrebbe avuto sufficienti clienti, il tutto pagato coi soldi degli altri.

Non è pertanto un caso se alcuni degli argomenti (pro e contro) esposti sopra stanno emergendo negli attuali dibattiti pubblici.

(Paolo Pamini, ETHZ ed Istituto Liberale)

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