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Tra Stato e mercato, l’Economia civile

01.02.2018 - aggiornato: 01.02.2018 - 10:50

di Remigio Ratti

Viviamo in una fase di profonda crisi che, più che economica è una crisi di società, di civiltà. Da qui le scelte o meglio le derive polarizzanti; tutto nero o tutto bianco; mercato versus Stato. Ambedue si propongono nella funzione di regolatori del nostro vivere quotidiano e del nostro sviluppo. Tuttavia ambedue falliscono nella loro funzione: quando il primo diventa pensiero unico, espressione di un individualismo che si accasa con il libertarismo; quando il secondo è espressione di un potere lontano dai cittadini, dissociato dal suo antidoto democratico.

L’estrema complessità dell’attuale scenario non ci esime dal guardare in faccia ai problemi, alle derive che tanto più sembrano ineluttabili tanto più devono metterci in guardia, richiamando le coscienze alla responsabilità individuale e collettiva. Un forte messaggio lo troviamo nel concetto di “Economia civile”, con la “E” maiuscola anche perché l’espressione risale al Seicento, riferendosi alla società fiorentina e alle sue capacità d’innovazione e di sviluppo. Per gli economisti come Stefano Zamagni, professore a Bologna e alla Johns Hopkins University o come Carmine Tabarro, intervenuto lunedì sera al Liceo cantonale di Bellinzona, l’Economia civile deve indicare prima di tutto “un cambio di paradigma, a cominciare da un diverso e particolare sguardo sulla realtà; non si tratta quindi né di una scuola di pensiero, né di un progetto di ricerca, né tanto meno di un’ideologia (Bruni&Zamagni, L’economia civile – Un’altra idea di mercato, Il Mulino 2015).

Per fare un esempio, applichiamo il paradigma al tema caldo della prossima votazione sull’iniziativa “No Billag”, esplicitamente tesa ad abolire il servizio pubblico radiotelevisivo.  Chi appena vuole analizzare gli argomenti dei due fronti troverà facilmente i termini della polarizzazione dai quali siamo partiti. La filosofia che sottende i sostenitori del “sì”, negando che si possa parlare di “bene pubblico”, esprime il riduzionismo imboccato dalla scienza economica nell’ultimo trentennio, tanto impregnato di individualismo libertario da far correre il rischio di usare la democrazia in funzione del mercato. L’economia è diventata il regno dei fini e la politica il regno dei mezzi, quando invece dovrebbe essere il contrario; è quanto denuncia l’economia civile. Così, per rimanere al nostro esempio, chi si oppone all’iniziativa lo deve saper fare non difendendo l’acquisito ma ritrovando valori e beni economici fondamentali come “i beni relazionali, i beni comuni e la reciprocità che arricchisce lo scambio”. Per l’economia civile il mercato non può essere ricondotto al solo gioco di interessi privati di individui egoisti separati tra di loro, come lo vorrebbe la tradizione del capitalismo anglosassone; al contrario, lo stesso mercato e le comunità fioriscono quando sono capaci di cooperazione, di pensare a processi di sviluppo che nello stesso tempo inquadrano e liberano le forze migliori (D. North). L’economia civile applicata ai media significa saper dinamicamente costruire quel “contratto sociale” che tiene assieme le diversità e costruisce la Svizzera. 

 

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