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Un Nobel alla Chiesa per la Dottrina sociale

24.10.2017 - aggiornato: 24.10.2017 - 07:57

di Gianfranco Fabi

Ci sono due elementi che hanno caratterizzato la decisione dell’Accademia svedese delle scienze di assegnare all’inizio di ottobre all’americano Richard H. Thaler il premio Nobel per l’economia 2017: da una parte il suo contributo allo studio di quella che viene chiamata “economia comportamentale”, dall’altra l’aver messo a frutto questi studi per teorizzare la “spinta gentile”, cioè un sistema di incentivi che salvaguardando la libertà della persona, possa portare a scelte positive per sé e per la società.

È stato detto, giustamente, che il premio a Thaler costituisce un riconoscimento della validità di una ricerca economica che mette al centro la persona, con tutte le sue caratteristiche di razionalità e di emotività, e che supera le tradizionali teorie basate sui modelli matematici, sulle aspettative razionali, sugli interessi individuali come unica base del benessere collettivo.  Un’economia quindi non basata sulle ideologie, che hanno una ricetta prefabbricata e strumentale, ma sull’osservazione di una realtà in cui sulle scelte delle persone influiscono mille fattori diversi, di carattere personale, sociale, culturale, ambientale, professionale.

Pur con punti di partenza, finalità e metodologie diverse non si può non rilevare come il percorso di Thaler abbia molti punti in comune con quella Dottrina sociale della Chiesa che si è formata nel corso degli anni con le riflessioni del Magistero e con le pietre miliari delle encicliche papali. Dalla Rerum novarum di Leone XIII alla Laudato sì di papa Francesco, senza dimenticare la Centesimus annus di Giovanni Paolo II e la Caritas in veritate di Benedetto XVI, si è infatti venuto costituendo non solo un punto di vista cattolico di fronte alle problematiche sociali, ma anche e soprattutto un progetto costruttivo per un sano giudizio sulla realtà e sulle strade da seguire per affrontare con dinamismo la complessità del mondo attuale. 

La Dottrina sociale della Chiesa guarda innanzitutto alla persona e alle sue relazioni con gli altri, una persona che non si muove come una piuma sospinta dal vento della realtà sociale, ma che opera insieme ad altre persone in una logica in cui i problemi economici possono essere compresi solo tenendo conto di tutti i fattori con in primo piano quelli politici, sociologici, psicologici. 

Nel pensiero della Chiesa non ha mai trovato accoglienza quella dimensione dell’homo oeconomicus considerato dagli economisti classici come il centro di una razionalità caratterizzata sia dalla cura dei propri interessi individuali, sia dalla capacità di conoscere la portata e la conseguenze di ogni singola azione.

Ma sia la persona, sia il mondo vanno guardati, per usare il modello proposto da papa Francesco, non come una sfera, ma come un poliedro dove si riflettono tante diverse particolarità. E proprio tenendo conto di queste particolarità si possono osservare i processi sociali coltivando nei fatti la speranza di poter valorizzare sia la libertà, sia la giustizia. Guardando al bene comune non come alla somma dei beni individuali, ma come una dimensione in cui la produzione e lo scambio possono viaggiare di pari passo con la solidarietà, il dono e la partecipazione. La Dottrina sociale della Chiesa comunque non avrà mai il Nobel per l’economia. Anche se lo avrebbe meritato ben più di tanti teorici astratti che hanno avuto a Stoccolma un breve momento di gloria. E lo meriterebbe ancora di più ora in una società che ha bisogno come l’ossigeno di ritrovare i valori morali mettendoli alla base delle scelte economiche e finanziarie. 

 

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