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Bradley e quella grande voglia di vivere

04.04.2017 - aggiornato: 04.04.2017 - 16:53

La storia di un bambino che, nonostante la malattia terminale, non smette di sorridere. Anche grazie alla sua nuova amicizia con Jermain Defoe, il campione del Sunderland.

© AP Photo/Kirsty Wigglesworth

di Gianluca Pusterla 

 

"I momenti più belli della vita sono questi, non puoi trovare le parole per descriverli". Forse è vero, ha ragione lui, Jermain Defoe, il coprotagonista di questa storia. Ma io ci provo con le mie parole, o meglio, mi sento in dovere di farlo.

La storia del piccolo Bradley la conosco bene, la seguo da qualche mese e in Inghilterra la conoscono un po' tutti. Da qualche giorno, poi, si è propagata a macchia d'olio, come è giusto che sia, e non può non emozionare. Lui è Bradley ed è un bambino bellissimo. Ride, scherza e ama il calcio. Sorride sempre. Un bambino come tanti, insomma. Una malattia, però, lo rende unico. Bradley lotta, ogni giorno e con tutte le sue forze, ma è una partita con un avversario imbattibile: la malattia. Per i medici ha solo pochi mesi di vita. Ma lui, imperterrito, non molla.

Oggi Bradley ha cinque anni ed è affetto da neuroblastoma, un tumore del sistema nervoso. Una malattia terminale, tanto che ogni sera va a dormire nell’incertezza, senza sapere se al sorgere del sole avrà ancora la forza per aprire i suoi occhi dolci. Il piccolo adora il calcio ed è un grande appassionato del Sunderland. Quando a fine 2016 la sua storia è stata resa pubblica, il club allenato da Moyes lo ha invitato allo stadio. Per lui è stato un sogno. Quei suoi occhietti bellissimi risplendevano di gioia e in quella giornata magica ha avuto la possibilità di incontrare il suo idolo: Defoe.

L'attaccante inglese ha corrisposto quell'amore e ha dedicato grandi attenzioni al piccolo. Il Sunderland, qualche mese dopo, l’ha invitato ancora e gli ha fatto tirare un rigore nell’intervallo. Tutto lo stadio, quello Stadium of Light che il bimbo aveva sempre visto come una fortezza, l’ha acclamato, ed era ai suoi piedi. Tutti per lui, a cantare il suo nome. Bradley ha i capelli corti, è magro e la terapia gli ha mutato il corpo, ma quando dal suo piede scaglia il penalty si sente invincibile e incredibilmente vivo. La sua conclusione è irresistibile e il portiere del Chelsea (Begovic) non può fare nulla. È gol. Il piccolo è al settimo cielo: esulta. Di lui si continua a parlare e i tifosi votano la sua prodezza come il gol più bello del mese. Defoe, nel frattempo, mantiene i contatti.

Bradley quasi non ci crede quando lo vede entrare all'ospedale. Defoe lo raggiunge con qualche compagno di squadra. Dopo un po' i compagni si dileguano, lui resta. Defoe è un privilegiato: calciatore, ricco e famoso. Bradley è unico, nella sua sfortuna. Nasce qualcosa tra loro. Un qualcosa di bellissimo. Il bomber vorrebbe aiutarlo in tutti i modi, anche dal punto di vista finanziario, ma i suoi soldi non possono fare nulla. Il suo tempo, invece, può fare tutta la differenza del mondo. Defoe si spoglia di tutti i suoi privilegi e si trasforma nell'amico di Bradley. Un amico vero, non di facciata per attrarre consensi. Passa tanto tempo con lui.

Una sera quello che è diventato il suo migliore amico gli dice che vorrebbe addormentarsi tra le sue braccia. Defoe non ci pensa e gli dice che per lui non ci sono problemi. La mamma del bambino di Hartlepool, un paesino della costa nord-orientale dell'Inghilterra, gli dice scherzando che lo dovrà fare davvero. La risposta dell'attaccante disegna al meglio il legame che si è creato tra i due: "Avvisa pure il mio allenatore che questa sera non torno in ritiro, mi fermo qua". E così fa. Il giorno seguente gli occhi di Bradley brillano. Quell'abbraccio probabilmente è più efficace di tante cure palliative.

Nel frattempo il mondo del calcio si mobilita: l'Everton - il piccolo vide proprio la partita con i Toffes - dona 200'000 sterline per le sue cure. Tanti altri soldi giungono da più parti, ma probabilmente nessuna cifra gli salverà la vita, nonostante una cura sperimentale americana che sta seguendo. Quasi tutte le tifoserie nel corso di questi mesi hanno esposto degli striscioni con il suo nome. Quanto raccolto (si parla di milioni) verrà usato in parte per le sue cure e un'altra parte per aiutare tanti altri malati terminali. 

Ma la storia tra i due amiconi ha vissuto un altro capitolo bellissimo, con l'aiuto del destino. Anche la Federazione inglese ha voluto regalare una giornata unica al piccolo, invitandolo a Wembley per fare la mascotte di una partita della Nazionale. Un infortunio dell'ultima ora e il grande momento di forma di Defoe hanno fatto il resto, con l'allenatore dell'Inghilterra che ha deciso di chiamare proprio Defoe, che non riceveva una convocazione da più di quattro anni. A chi avrà voluto dar la mano il piccolo? Domanda retorica. Insieme al suo campione preferito e amico è entrato sorridendo nel tempio del calcio. In prima fila (grazie al bel gesto di Hart, il capitano, che ha concesso loro il posto) sono entrati sul terreno di gioco. Bradley e Defoe sembravano invincibili.

Per un attimo Bradley ha dimenticato di avere quasi 80'000 persone che lo osservavano e ha stretto fortissimo Defoe, senza pensare a nulla, godendosi a pieni polmoni quel momento magnifico. L'immagine provoca un'altalena d'emozioni: dalla rabbia alla gioia. Il piccolo non guarda lo stadio o gli altri campioni presenti, ma stringe con tutte le sue forze Defoe. L'idolo di Bradley ha segnato, tanto per ribadire che il calcio non è solo uno sport ma è molto di più. Ma il sorrisone del piccolo è il più grande insegnamento e la vittoria più bella.

In questi giorni, purtroppo, non se la sta passando affatto bene: fa dentro e fuori dall’ospedale e il suo fisico è molto provato; le sue condizioni sono critiche. Intanto però, guardando una partita di calcio, un bambino mi ha insegnato la gioia di vivere. Nonostante le difficoltà, la malattia e l’incertezza sul proprio futuro.

 

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