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Una giornata all’insegna della passione per il calcio inglese

30.06.2017 - aggiornato: 30.06.2017 - 15:42

In estate non succede niente, noia più totale. E invece ecco a voi l'Italian Connection un appuntamento fisso per i tifosi italiani del calcio d’Oltremanica. 

 di Gianluca Pusterla 

"E che succede poi, durante l'estate? Niente, noia totale. Vai al parco e aspetti che esca il calendario delle partite". Frase che ripeto ogni anno, in questo funesto periodo, tristissimo per gli appassionati di calcio, reso ancor più buio dall'essere anno dispari, e quindi senza Mondiale o Europeo. Di per sé il calendario è già uscito e sto cercando le giuste combinazioni per dei viaggi in Inghilterra; ma resta la malinconia. Detto ciò, oggi voglio parlarvi di un appuntamento che ho vissuto in prima persona qualche settimana fa (chiedo venia per non averlo fatto prima...). Si chiama Italian Connection. Giunto alla 5a edizione, il Torneo ‘Italian Connection’ è ormai un appuntamento fisso per i tifosi italiani del calcio d’Oltremanica. È a tutti gli effetti il “giorno della grande adunanza”: da tutte le parti d’Italia, e in alcuni casi anche dall’estero, centinaia di supporters appartenenti ai branches (i fans club) convergono su Milano per celebrare il tifo, quello sano. L'ultima edizione si è svolta al nuovo e splendido Centro Sportivo sponsorizzato Adidas dell’A.S. Masseroni Marchese - storica società calcistica milanese e scuola calcio... della Juventus - situato nel cuore del Parco del Monte Stella, alla base della Montagnetta di San Siro. Madrina dell’evento l’energica Irma D’Alessandro, affermata giornalista sportiva (di Mediaset) che con il marito organizza e cura ogni dettaglio. Sua l’idea di realizzare, nel 2012, il sito quellichelapremierleague.com, con lo scopo di creare un punto di riferimento per i tanti italiani appassionati di calcio inglese e, in particolar modo, della Premier League.

Quest'anno ho partecipato anche io ed è stata una figata! Davvero. Andiamo con ordine. Mi sono reso conto che in realtà non sono così malato di calcio. O meglio, che questo morbo non ha colpito solo il sottoscritto. E, anzi, alcuni sono più pazzi di me. Ho potuto fare la conoscenza di tanti invasati (in senso bonario), con storie differenti dalla mia, ma con la stessa passione: il calcio inglese. Dei pazzi scatenati che meriterebbero di essere raccontati. L'appuntamento calcistico si è disputato sotto un sole cocente. Temperature sempre superiori ai trenta gradi e sul terreno da gioco, in erba sintetica, la calura era ancora più forte, tanto che dopo aver giocato i calciatori potevano utilizzare i piedi per cuocere un uovo o una bistecca. Devo dire che tutte le partite che ho potuto vedere sono state di livello. Certo, la Premier League è un'altra cosa, ma l'impegno è stato ammirevole (forse la condizione fisica un po' meno...). Un altro ingrediente è stata la sportività. La rivalità esiste e non può essere altrimenti, ma oltre qualche sfottò non si è mai andati e la frontiera del rispetto reciproco non è stata oltrepassata. Un piccolo aneddoto: qualcuno ha pensato bene di assegnare a Liverpool e United lo stesso spogliatoio. Dopo un'occhiata fugace un tifoso della squadra che fu di Gerrard ha tolto il cartello con scritto United e lo ha allontanato di qualche metro, scambiandolo con un'altra squadra. Giusto così. Ma l'elemento che più di tutti ha contraddistinto la giornata è stato il piacere di stare insieme. E mi spiego. Io ho giocato con i tifosi italiani del Liverpool, ovviamente. Di persona conoscevo pochi ragazzi, solo il mitico Frank e capitan Mattia. Li avevo incontrati nella città dei Beatles e ne è nata una bella amicizia. Gli altri li avevo letti o sentiti nel corso degli anni. Amici virtuali, eredità dei tempi moderni. È stato già un successo poter associare una faccia a quei nomi. Con loro, in nome del calcio e del Liverpool, si è creata da subito un'empatia speciale. Qualche calcio al pallone, tante risate e momenti distensivi. In campo ce la siamo cavata alla grande: nei gironi abbiamo sconfitto il Nottingham Forest, il Leeds, il Manchester United (che per un Reds ha un sapore particolare, anche al torneo dell'Oratorio o a Briscola) e il Tottenham. Ergo, percorso netto e si passa allo step successivo: la fase a eliminazione diretta. Qui però, come mi hanno spiegato i compagni più esperti, nascono i problemi con la "P" maiuscola. C'è un pranzo da affrontare (e con esso "qualche" birra da ingurgitare), la stanchezza si fa sentire e il caldo ti annebbia la testa e fa spuntare l'acido lattico.

Durante la pausa ne approfitto per ascoltare la presentazione di due interessanti libri. Si tratta de I Pionieri del Pallone di Simone Cola, saggio edito da Urbone Publishing, e Un assist per morire, di Andrea Monticone, noir edito da Golem Edizioni. Due libri interessanti, scritti e spiegati da appassionati. Fanno parte della mia biblioteca e presto li inizierò, magari sul lettino, in spiaggia, al mare (a proposito, dopo questo articolo ci sarà l'ultimo, che parlerà proprio dei libri da leggere in vacanza). Riprendiamo il filo logico del Torneo. Nel pomeriggio affrontiamo il Sunderland del grande Andrea Milani. Di lui avevo già parlato. Tifosissimo dei Black Cats due anni fa aveva fatto la pazzia di andare allo stadio... in bici. Duemila chilometri per una buona causa: raccogliere soldi per Nina, una bellissima bambina affetta da una malattia rarissima. Riusciamo a sconfiggerli e modestamente realizzo la prima rete del mio Torneo (a dire il vero il loro gol è una mia gentile concessione, ma sorvoliamo...). In semifinale sconfiggiamo l'Everton brillantemente, confermando che la città di Liverpool è rossa, anche se la fatica inizia a prendere il sopravvento. Eccoci così in finale. I ragazzi sono contentissimi, ma manca ancora qualcosa per fare la storia. Il mister Masche e il suo vice Cicco ci credono, i tifosi al nostro seguito pure (si segnala un Gianluca Di Giovanni in forma spaziale). La gara inizia e le due formazioni non si reggono in piedi. Sembra un risultato a occhiali già scritto, ma il Chelsea con una fiammata si porta in vantaggio a pochi secondi dal fischio finale. Dovrebbe essere finita, ma il Liverpool fa il Liverpool e la riacciuffa in versione Istanbul 2005. La vittoria si decide ai rigori e, personalmente, sono tre gli uomini chiave. Il primo è il portiere (Roberto) che ipnotizza subito un blues. Il secondo è Neno, nome d'arte, che la finale nemmeno la gioca, ma quando conta e agli altri trema il piede si presenta sul dischetto e fredda l'estremo difensore avversario. E l'ultimo, il più importante, è Passwater, traduzione in inglese del suo cognome. Che è folle l'ha dimostrato per tutto il giorno, in campo e soprattutto fuori. Sul più bello fa una cosa che si situa sul confine tra la pazzia e il genio: fa il cucchiaio. Ecco, però non chiamatelo cucchiaio. Quella è una copia di Totti. Una copia? Sì, perché il primo a calciare in quella maniera è stato Antonin Panenka nel 1976, ma in Italia è sbarcato grazie a un certo Passalacqua, ovvero suo padre, in un Ternana-Genoa del 1979. Quindi il suo è stato un omaggio dovuto e doveroso e poi, tutto è bene quel che finisce bene. Chapeau. Applausi. Quindi la coppa è nostra e la giornata è stata un successone. Lo sarebbe stato anche in caso di ultimo posto. O forse no. Non me ne voglia De Coubertin, ma vincere resta più bello di partecipare, a ogni livello.

Durante la premiazione si è ricordato con un lunghissimo applauso Emanuele Gazzotti, tifosissimo dell'Arsenal, recentemente sconfitto da un brutto male. Il Liverpool Italia ha devoluto il premio vittoria alla già citata Nina, così come i tifosi del Newcastle hanno raccolto un'importante cifra da girare alla bimba malata. 

Alla fine spazio a un terzo tempo con birra e cibo per rifocillarsi dopo una giornata intensa. L'occasione è perfetta, ancora una volta, per stare insieme, condividere, ridere e raccontare le proprie storie di vita e di calcio. Il Torneo è stato, come già detto, un'esperienza bellissima e non vedo l'ora di ripartecipare, anche perché c'è un titolo da difendere con le unghie e con i denti.

Chiudo con una frase pronunciata da Irma D'alessandro: "Gli inglesi hanno inventato il football e, ne sono convinta, il miglior modo di vivere il football, allo stadio e fuori dallo stadio". Ecco, per una giornata tutti i presenti hanno vissuto il calcio da inglesi!

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