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Tra realtà e speranze

28.02.2014 - aggiornato: 28.02.2014 - 12:55

Di hockey olimpico (soprattutto maschile e rossocrociato).

(foto KEYSTONE/Laurent Gillieron)

di Piergiorgio Giambonini

Dalla sconfitta contro la Lettonia e relativa prematura eliminazione della Banda Simpson dal torneo olimpico, non mi sono ancora ripreso. Non è bastata – non poteva bastare… – l’Impresa con la I maiuscola poi confezionata dalle ragazze, perché loro sono state grandi, grandissime, davvero, ma perché il loro non è hockey inteso come lo intendo io.

È tutt’altro sport, quello al femminile, troppo soft per “prendermi”, esattamente come lo sono – per intensità e fisicità – le partite tra vecchie glorie. Onore in ogni caso alle Ladies, che nel terzo tempo della finalina olimpica ho tifato e mi sono gasato con e per loro, pelle d’oca compresa, e ci mancherebbe altro: ma non è appunto bastato, e non poteva bastare.

Per smaltire l’amarissima miscela di delusione e rabbia ingurgitata la prima sera dei playoff olimpici maschili, mi ci vorrà insomma ben altro: mi ci vorrà, chiaro, l’inizio dei playoff nazionali, finalmente pronti a raddoppiare, per la prima volta dopo il 2006, la presenza ticinese. Ancora un po’ di pazienza, dunque, prima di lanciarci nella volata primaverile, e tempo e spazio allora per chiudere il capitolo nazionale.

E per dire che nonostante la brutale uscita di scena accusata a Sochi, non condivido l’opinione di chi ha definito un fallimento l’avventura hockeistica svizzera alle Olimpiadi: a mio avviso è stata “semplicemente” un’enorme delusione il suo epilogo. Perché sulla solidità dell’assetto difensivo (3 reti incassate in 4 partite, esclusa l’ultima a porta vuota contro la Lettonia, e pure miglior box-play del torneo col 92.3%) e del tandem di portieri (statisticamente il migliore con un complessivo 97% di tiri parati!) non si discute, come non si discutono le prestazioni fornite contro Svezia e Cechia, e perché l’attitudine complessiva dei rossocrociati non è oggetto di particolari critiche o polemiche.

Il problema di fondo è stata, per contro, la totale incapacità dei nostri di riproporre quell’hockey offensivamente “energetico” che aveva loro permesso di tracciare il trionfale percorso verso la clamorosa finale dello scorso mese di maggio ai Mondiali di Stoccolma. Mondiali conclusi – e queste cifre dicono quasi tutto – sì con la seconda miglior coppia di portieri (94.3%) e il 5° miglior box-play (87.1%), ma anche e soprattutto con il 3° miglior attacco (percentuale realizzativa 11%) e il 2° miglior power-play (29.4%).

Nove mesi più tardi, la Svizzera ha insomma accusato un traumatico ritorno a quella realtà che forse troppi avevano perso di vista, ovvero quella di un fronte offensivo storicamente in difficoltà perché troppo poco creativo e troppo “molle” nel suo incedere. Fatto sta che a Sochi la Svizzera ha accusato il peggior attacco (3 reti segnate in 4 partite, autogol lettone compreso), la peggior percentuale realizzativa (2,4%) e il peggior power-play (10 superiorità numeriche, 0 gol segnati).

Dalle cifre ai fatti che hanno accompagnato sul fronte offensivo tutte e quattro le partite dei nostri: insufficiente la personalità dei centri, scarso il gioco di transizione, poco incisivo il fore-checking, rarissimi i momenti di vera pressione, eccessivo il “trasporto” del disco sulle fasce laterali, troppo poco aggressiva la presenza sotto porta.

Ed a fronte dello “zero” realizzativo accusato –  tanto per cominciare – dai vari Brunner, Wick, Cunti, Hollenstein, Ambühl, Niederreiter, Suri e Moser, pure Sean Simpson è tornato a non capirci più nulla in cabina di regia. Ma anche questa non è stata, ahinoi,  una novità.

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