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L’Unione Europea e l'Africa

06.09.2017 - aggiornato: 06.09.2017 - 17:42

di Pedro Ranca Da Costa

Negli ultimi tre decenni, la cooperazione tra l’Unione Europea e l’Africa ha prevalentemente assunto la forma di aiuto allo sviluppo. Questa tendenza si è accentuata negli ultimi quindici anni, in particolare nell’ambito degli OSM (obiettivi di sviluppo del millennio). In effetti, l’Unione Europea ha fornito quasi un quinto dell’aiuto allo sviluppo di cui l’Africa ha beneficiato tra il 2000 e il 2015. Con i suoi Stati membri, è stato il primo partner per lo sviluppo dell’Africa, finanziando più della metà dell’aiuto pubblico a destinazione del continente. Quest’impegno senza precedenti, che mirava in particolare ad estirpare l’estrema povertà e a promuovere la pace e la sicurezza, si è concretizzato soprattutto  nell’ambito dell’accordo di Cotonou. Questo partenariato doveva, tra l’altro, favorire il pieno inserimento dell’Africa nell’economia mondiale: così l’Europa avrebbe permesso all’Africa di uscire dalla crisi, avviandola sulla strada della prosperità.

Al momento del lancio degli OSS (Obiettivi di sviluppo sostenibile), il nuovo quadro globale a favore dello sviluppo, ci si può interrogare sull’efficacia di questo modello di cooperazione Unione Europea/Africa, che fatica a creare condizioni di vita decenti su un continente dove nel 2050 vivrà un quarto della popolazione mondiale. Il problema dell’immigrazione clandestina proveniente dall’Africa a destinazione Europa è sempre particolarmente sentito, ed evidenzia molto bene i limiti di questa politica d’aiuto. Se ci si riferisce al numero sempre crescente di Africani disperati pronti a rischiare la propria vita per raggiungere l’eldorado europeo, si può facilmente dedurre che questo partenariato per lo sviluppo va ripensato, adottando un approccio più inclusivo, che vada oltre la logica «compradora».

Parimenti, sarebbe opportuno interrogarsi sulla pertinenza delle politiche d’integrazione regionale in Africa, spesso concepite in una logica di mimetismo istituzionale, messe in atto da organismi  regionali sovvenzionati e gestite da Stati essi stessi in costruzione. D’altronde, uno dei principali ostacoli che limitano l’efficacia di quest’aiuto allo sviluppo è il malgoverno. Questo può essere attribuito alla debolezza delle istituzioni e al carattere a volte endemico delle pratiche

neopatrimoniali presenti in molti Paesi africani, che contribuiscono a indebolire l’efficacia di un aiuto europeo peraltro considerevole.
 Inoltre, l’emergenza dei dirigenti che potrebbero allentare la morsa internazionale si trova ostacolata dalle ingerenze, dirette o indirette, degli ex paesi colonizzatori. Ma al di là delle manovre occidentali, le stesse élite locali si mostrano incapaci di proporre una visione dell’interesse comune : non esiste alcuna visione africana della mondializzazione.

Inoltre, con le innumerevoli turbolenze vissute negli ultimi anni – crisi finanziarie, sociali e politiche – l’Europa continua a far sognare in Africa soltanto grazie  alla sua reputazione di terra promessa. Ma la ruota gira e il mito non è eterno. 
Se è vero che l’impegno dell’Europa a favore dello sviluppo in Africa è stato a volte percepito con diffidenza, l’attuazione degli OSS è senza dubbio una buona occasione per ripensare la cooperazione euro-africana. L’Europa deve impegnarsi a costruire veri partenariati con un’Africa emergente, partendo da politiche di sviluppo congiunto più inclusive e che corrispondano ai bisogni effettivi delle popolazioni locali. Un tale approccio avrebbe anche il vantaggio di essere una buona terapia di riconciliazione tra l’Europa dei popoli e quella delle istituzioni.

 

(Pedro Ranca Da Costa, già  Collaboratore dell’Ufficio per l’integrazione degli stranieri)

 

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