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Prostituzione, il Governo ha fretta

08.03.2017 - aggiornato: 08.03.2017 - 16:40

di Aldo Lafranchi

28 giugno 2016. «Nei primi 5 mesi  sono arrivate in Italia, sui barconi  dei disperati, 5.000 giovani nigeriane, 2.000 in più del 2015, portate in Italia dal racket internazionale. Sempre più bassa l’età,  una su cinque minorenne. All’arrivo,  le ragazze nigeriane si riconoscono perché stanno assieme e sono guardinghe. Sanno che nel Centro d’accoglienza arriverà  “la maman”, ragazze nigeriane con qualche anno in più, che riducono in questo modo le spese del viaggio (30-40mila euro) anticipate dal racket. Le poche che alla fine parlano raccontano storie di inaudita violenza, di stupri di gruppo, sotto minacce delle armi, nel viaggio verso la Libia  e in attesa di essere imbarcate verso  le coste italiane. “Steven, l’uomo che venne a prenderci in Nigeria era armato  di fucile. Nel viaggio verso la Libia ogni sera ci costrinse a rapporti sessuali”. Ho visto molte di loro con lesioni serie, moltissime incinte. Dall’Italia il racket le distribuisce sul mercato europeo. Metà delle ragazze vengono dirottate in Europa».  È soltanto una parte della denuncia di Irene Paola Martino, ostetrica, da un anno su una delle navi di Medici senza Frontiere che pattugliano il Canale di Sicilia per le operazioni di soccorso.  

4 febbraio 2017. Il Consiglio di Stato sollecita la conclusione dell’esame della nuova legge sulla prostituzione, ferma in commissione del Gran Consiglio. Non risulta che attribuisca il ritardo alla difficoltà del paradosso di un progetto di legge che nel 2013 dimentica “l’evento del 2012”, l’operazione di polizia Domino, ineludibile per impostare una legge che abbia i piedi per terra. Chiudendo l’80% dei bordelli, arrestando gestori, sequestrando immobili e ingenti somme di denaro, il Ministero pubblico ha levato il coperchio sulla prostituzione in Ticino. Risultato? Siamo in linea con lo standard internazionale, con la mafia a rifornire i postriboli europei con il 90% di donne povere, vittime della tratta di persone.

In fatto di prostituzione la Svizzera è messa male. Non si è mai data una legge federale. Si ostina a legare la prostituzione all’art. 27 della Costituzione federale sulla libertà economica “che include la libera scelta della professione, il libero accesso a un’attività economica privata e il suo libero esercizio”. Visione romantica d’altri tempi per gente libera. Considerarla oggi una professione come le altre è provocazione. Resta la domanda di come sia possibile, storicamente, una politica svizzera cieca sorda e muta alla denuncia del crimine della tratta di donne povere che dal 1949 risuona nel mondo grazie alla Convenzione ONU «per la repressione della tratta di esseri umani e lo sfruttamento della sessualità altrui» con l’art. 1: «Si punisce ogni persona che per soddisfare le passioni altrui ingaggia, spinge o svia un’altra persona in vista della prostituzione anche se consenziente; come pure ogni persona che tiene, dirige o finanzia o contribuisce a finanziare una casa di prostituzione, o concede o prende in locazione tutto o parte di un immobile o altro luogo ai fini della prostituzione altrui». Nel 2000 la Svizzera ha sottoscritto il Protocollo ONU di Palermo: «La tratta delle persone può essere combattuta soltanto se il lenocinio e lo sfruttamento sessuale sono repressi. La chiusura dei postriboli è la premessa indispensabile» (art.2). Il progetto di nuova legge cantonale descrive come saranno i bordelli! Nemmeno dell’adesione alla Convenzione ONU di Varsavia, 16.5.2005, sulla tutela delle vittime del traffico di esseri umani si è approfittato per aprire nel Paese un dibattito, con l’apertura in particolare alla cultura femminista, protagonista dell’approfondimento del significato della prostituzione per la donna. Ignorate, di conseguenza, le conclusioni sull’incompatibilità della prostituzione con la dignità e il valore della persona. Eppure ci sarebbe molto da guadagnare mettendosi all’ascolto di un movimento che ha preso sul serio la Convenzione CEDAW, 18.12.1978, per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione verso le donne, che ha centrato la riflessione a partire dai diritti umani, puntualizzando temi quali l’inviolabilità del corpo umano, l’intangibilità dell’essere umano, la non patrimonialità del corpo umano, l’uguaglianza dei sessi, la non discriminazione dei sessi, la prostituzione come intrinseco atto di violenza sulla donna. Nemmeno il sussulto di civiltà conquistato sul terreno dalle femministe ha fin qui interessato la coscienza politica svizzera. Il riferimento è alle femministe svedesi. È grazie a loro se «dal 2000 al 2010 in Svezia il numero delle prostitute si è dimezzato mentre in Europa si è moltiplicato» (Governo svedese). Hanno spostato, come tutti sanno, il bersaglio sul responsabile numero uno, il cliente. Altri Paesi la lezione l’hanno capita e seguita, da noi il Consiglio federale ha lasciato cadere il postulato della consigliera nazionale Marianne Streiff- Feller, presidente del Partito evangelico.

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