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Meglio il giornalista o il Grande Fratello?

28.04.2017 - aggiornato: 28.04.2017 - 17:24

Il fenomeno delle "bolle dei filtri". Eli Pariser ci aveva avvisato qualche anno fa: Internet ci restituisce risultati sempre più su misura. Ne parliamo con Walter Quattrociocchi.

Un'illustrazione della bolla dei filtri realizzata da Valentina Berger.

di Claudia Agustini e Francesca Savoldelli

 

La Rete ci “coccola”, conosce i nostri gusti, quindi ci restituisce risultati personalizzati. È la “bolla dei filtri” ad essere alla base di questo processo, termine coniato dall’attivista americano Eli Pariser nell’omonimo libro “The Filter Bubble”. Dopo essere venuto a conoscenza della decisione di Google di voler personalizzare la ricerca degli utenti ha deciso d’informare la popolazione sul rischio di tale decisione. Quando navighiamo su Internet si forma attorno a noi una bolla invisibile poiché il motore di ricerca ci offre informazioni su misura, in base alle nostre credenze e preferenze. L’effetto di questo filtraggio è che l’utente si trova isolato, involontariamente, in questa bolla e secondo l’attivista questo precluderebbe la possibilità di confrontarsi con altri punti di vista. Non tutti hanno una visione così pessimistica del fenomeno, Walter Quattrociocchi, professore associato alla scuola di alti studi Imt di Lucca, ci offre un’interpretazione più tranquillizzante. Meno ottimista il prof. Andrea Rocci, decano della Facoltà di Scienze della Comunicazione di Lugano. La Rete, si dice, consente l’accesso diretto alle notizie, eliminando la “mediazione giornalistica”. Ma è una “democrazia” che si paga, appunto, con i “filtri” grazie ai quali le “big company” decidono per noi quel che “ci interessa di più”.  

Professor Quattrociocchi, ci può illustrare il meccanismo della bolla dei filtri con un esempio? Cosa succede in concreto? 

In rete circola una quantità enorme d’informazioni, gli utenti tendono a aderire a una narrativa (ovvero lo sviluppo di una storia legata a una certa tematica) che trovano più consona al loro modo di pensare. Successivamente si tende a fare comunità dietro a questa narrativa, si stringe amicizia con utenti che hanno una visione uguale o simile alla nostra. A questo punto si arriva all’attivazione del pregiudizio di conferma (“confirmation bias”) che consiste nell’acquisizione d’informazioni coerenti con la narrativa. Il nostro esperimento al CSSLab dimostra che il “confirmation bias” avviene anche se le informazioni sono false. Al contrario, tutte le informazioni che sono contrarie alla narrativa condivisa vengono ignorate. Prendiamo, ad esempio, le persone che credono alle scie chimiche: tutti i post che sono in un qualche modo legati al tema vengono acquisiti con facilità nella narrazione, basta che ne rispettino la linea.

Quali sono le conseguenze negative di questo fenomeno sulla società? Ci sono degli aspetti positivi?

Da un punto di vista tecnico, è presto per fare previsioni. Sicuramente il sistema di filtraggio delle informazioni come era concepito prima (dove il giornalismo era l’autorità di selezione degli argomenti d’interesse) ha perso potere, infatti ci troviamo di fronte a una accessibilità senza mediazione a qualsiasi contenuto. Questo processo viene poi accelerato nel momento in cui le informazioni vengono condivise sui social (dove domina l’algoritmo dei “news feed”, che seleziona solo alcuni degli innumerevoli aggiornamenti). Per alcuni aspetti penso che la bolla dei filtri sia positiva: comunicare risulta più semplice, si può accedere a informazioni senza il filtro giornalistico. Dall’altra parte questa forte polarizzazione, soprattutto in un momento dove c’è una forte sfiducia nella politica, fomenta maggiormente pensieri antagonisti fondati su populismi. Ma la situazione potrebbe cambiare.

Il fenomeno è nuovo o esisteva anche con i media tradizionali? In cosa si differenzia rispetto alla teoria dell’esposizione selettiva elaborata negli anni ’70, secondo cui c’è più interesse versi i messaggi che esprimono opinioni e idee condivise dai destinatari?

L’esposizione selettiva domina il processo di consumo dell’informazione; il cambiamento, rispetto al sistema dei media tradizionali, è che non c’è più il filtro creato dai giornalisti e esperti. È crollato questo “sistema intermedio”, distrutto completamente dai social media, dove c’è una selezione di notizie molto più ampia. Ritengo che la sfiducia nel mondo giornalistico venga a valle di una credibilità incrinata precedentemente, è da tempo che il mercato dell’informazione è diventato marketing.

Leggi l'intervista completa e l'intera pagina dedicata al tema sul GdP di oggi

 

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