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"Dirigere una gara è una (bella) sfida"

26.02.2018 - aggiornato: 26.02.2018 - 18:56

PASSIONE CALCIO - Qual è lo stato di salute della categoria arbitrale? Ne abbiamo parlato con Francesco Bianchi, osservatore arbitrale per UEFA e Federazione svizzera.

di Gianluca Pusterla

 

Nel calcio non c’è figura più centrale dell’arbitro. Avete già visto - o potete immaginare - una partita senza un direttore di gara? Risposta lapalissiana: no. Ma cos’è un arbitro? Secondo il grande Gianni Brera «un po’ magistrato e un po’ sacerdote». Una definizione che ci può stare. Certo è che non è un ruolo  facile, in quanto l’arbitro  è chiamato a prendere una decisione in pochi decimi di secondo e ha tanti occhi puntati addosso. Oggi il nostro focus è proprio sulla categoria arbitrale ticinese e per farlo ci siamo affidati a Francesco Bianchi, ex fischietto d’alto livello, oggi attivo in seno alla UEFA e alla Federazione Svizzera di calcio come osservatore arbitrale. 

Secondo lei, qual è la difficoltà maggiore della categoria?

«Quando un calciatore inizia a giocare gli viene concesso del tempo per sbagliare, in quanto giovane o poco esperto. Con gli arbitri non succede, non è concesso loro un apprendistato e tutti - calciatori in campo, allenatori e pubblico - se la prendono con l’arbitro, non perdonandogli niente, quando magari è solamente la seconda partita che dirige. Io credo che fare l’arbitro sia una grande sfida, proprio perché è un modo particolare di vivere la partita, in solitudine, e sei chiamato a prendere delle decisioni decisive». Ma come vive un arbitro questi momenti in cui è da solo? «È un aspetto positivo e non negativo, che ti porta un grande senso di responsabilità, cercando in ogni circostanza di superare le tue debolezze». Perché secondo lei un ragazzo dovrebbe scegliere di intraprendere questo percorso? «Chi decide di fare l’arbitro ama il calcio e ha un grande coraggio. A me spesso  capita di chiedere ai giovani: “ma quanti minuti giochi nella tua squadra?” Se la risposta è “poco” li esorto verso questo percorso. Facendo l’arbitro hai un ruolo attivo nel gioco, per tutta la partita». 

In maniera un po’ provocatoria potrei chiederle perché un ragazzo dovrebbe scegliere di fare l’arbitro?

Il rischio - e capita sempre più spesso - è quello di sentire nei propri confronti dei commenti non certo idilliaci. «È proprio questo che dissuade molti giovani. La Federazione sta cercando di puntare sull’etica e di educare i calciatori verso il rispetto.

Perché fare l’arbitro?

Uno: perché mi piace il calcio. Due: perché voglio mettermi costantemente alla prova. Tre: perché la mia personalità mi permette di prendere delle decisioni. Oppure, visto che faccio fatica, voglio lavorare e migliorare in questo senso. Insomma, di motivi per impugnare un fischietto ce ne sono molti ed è un percorso che suggerisco a tutti, senza alcun dubbio. L’ex grande arbitro Urs Meier ha scritto un libro in cui parla della capacità di prendere una decisione. È un argomento di tanti incontri e conferenze, in ogni ambito della vita. Per un giovane è quindi una buona palestra per crescere. È chiaro che ci vuole tanta passione, alle volte bisogna saper relativizzare ed essere pronti a compiere tanti sacrifici per lo sport che si  ama».

Ci tolga una curiosità: come reagisce un arbitro quando si accorge di aver commesso un errore?

«Non è facile, ci vuole grande personalità, soprattutto ad alto livello. La vera forza è quella di buttarsi l’errore alle spalle. Quello che hai davanti deve essere un percorso libero, senza condizionamenti e ombre. Ma, soprattutto, un arbitro non deve mai compensare uno sbaglio, altrimenti gli errori diventano due e non più uno. L’ho già detto: arbitrare, dirigere una gara, è una grande sfida ed è l’aspetto a mio avviso più interessante». 

Nel mondo del calcio è sbarcata la VAR e la tecnologia in generale. Cosa cambia nel ruolo?

«È vero, il calcio è cambiato: quando arbitravo io all’inizio ero da solo, poi sono arrivati gli assistenti. Non avevamo alcun ausilio e aiuto. Dovevamo capirci solo con dei segni e prendere le decisioni con prontezza. Oggi, per fortuna, ci sono degli aiuti esterni, tecnologici, è  un grande miglioramento. Nel 2018 non possiamo più permetterci che un grande evento sportivo come un Europeo o un Mondiale venga condizionato da un errore evitabile».

In Ticino, purtroppo, gli arbitri sono pochi per la mole di partite...

«Vero, ed è un grande problema. In totale sono circa 240, ma la cifra comprende gli istruttori, gli ispettori, gli arbitri in congedo, quelli fermi (perché all’estero, sospesi o infortunati) e quelli impegnati nelle leghe superiori. Ogni settimana la FTC può contare su 130 direttori di gara, ma le partite sono di più, quindi qualche arbitro si deve sdoppiare e arbitrare più partite in un fine settimana; una situazione penalizzante e non ottimale. Per la Federazione Ticinese mi occupo della formazione dei nuovi talenti; non è un compito facile in quanto i nostri numeri sono esigui, ma anche questa è una bella sfida che vogliamo vincere, per garantire continuità e qualità».

 

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