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La parabola di Boateng

05.07.2016 - aggiornato: 05.07.2016 - 05:00

Ritratto di uno degli uomini-simbolo della Germania: autore del fallo di mano che ha fatto tremare la sua nazionale, ma pure di uno dei (pochi) rigori segnati per entrare in semifinale.

© AP Photo/Michael Sohn

di roberto brambilla *

Un fallo di mano. E un rigore provocato a meno di quindici minuti dalla fine di un quarto di finale dell’Europeo con la tua squadra in vantaggio 1-0. Molto di meno sarebbe bastato per bloccare le gambe e la testa di qualsiasi giocatore. Non le sue. Non quelle di Jérôme Boateng, che più o meno un’ora dopo quell’errore si è presentato sul dischetto e mettendo alle spalle di Gianluigi Buffon ha portato il suo “mattoncino” nella vittoria della Germania contro l’Italia. L’ha fatto così, soffrendo e lottando. Come ha imparato da bambino nella Berlino degli anni Novanta. È cresciuto lì Jérôme, classe 1988, figlio di Martina una hostess e assistente di terra tedesca e Prince, immigrato ghanese arrivato in Germania Ovest per studiare economia. È diventato grande tra la borghese Charlottenburg dove sua madre si era trasferita dopo il divorzio dal padre e Wedding, dove vivevano i suoi fratellatri maggiori George e Kevin-Prince e soprattutto dove si trova “die Panke”. 

Un campetto, teatro di furibonde partite “quattro contro quattro”, dove tutto si può fare e dove tutto vale. È la prima “università” calcistica per Jérôme. La seconda sarà il TeBe Berlino, storica squadra della capitale tedesca (qui allenarono Otto Nerz e Sepp Herberger i primi due CT della Nazionale) dove il ragazzo incanta tutti. Non come difensore ma come attaccante e poi centrocampista. Un giocatore dotato tecnicamente che ha un problema: non sa perdere. Uno che ogni volta che non vinceva usciva arrabbiatissimo dal campo, come racconterà il padre in un’intervista all’edizione tedesca di “GQ” e che tutt’ora si definisce «un pessimo perdente». Nel 2002 a 14 anni passa all’Hertha Berlino. Il centro sportivo dei biancoblù e l’Olympiastadion saranno la sua casa per otto anni. Lì crescerà come uomo con la continua vicinanza della mamma (che lo vorrà fare studiare in una scuola “esterna” all’Hertha) e come calciatore. Che ha iniziato a fare il difensore per caso. «Con la selezione di Berlino eravamo in Svezia per un torneo – ha raccontato anni dopo sempre a “GQ” – Tutti i difensori centrali erano infortunati e c’era bisogno. Ho fatto bene perché capivo istintivamente cosa facevano gli attaccanti. Da quel giorno gioco lì». 

Tanti anni nelle giovanili dell’Hertha (spesso con Kevin-Prince come compagno), un titolo, quello nazionale della B-Jugend nel 2005, poi nel gennaio 2007 dopo due anni tra le riserve, l’esordio in prima squadra. Ci giocherà solo per mezza stagione, prima di passare all’Amburgo. Ora Jérôme è grande, ama vestirsi bene (ha un debole per le scarpe) ma in allenamento e in partita è ineccepibile. Al sito del magazine “Der Spiegel” nel 2010 suo fratello lo definirà «perfezionista». All’HSV il piccolo di casa Boateng diventa uno dei più forti giovani della Bundesliga. È un punto fermo del club e delle varie Nazionali tedesche. Con l’Under 21 vince insieme a Hummels, Özil, Khedira l’Europeo 2009 poi qualche mese dopo, debutta con la Nationalmannschaft, che lui ha scelto a differenza del fratello. «Giocare con il Ghana? Non avrebbe senso. La Germania è casa mia, mi piacciono le persone e la gente», le sue parole. All’esordio contro la Russia verrà espulso, ma nei due anni successivi diventerà un punto fermo. Come lo sarà del Bayern Monaco, il club dove arriva nel 2011, dopo una stagione al Manchester City segnata dagli infortuni. In Baviera vincerà tutto trovando l’ambiente e gli allenatori giusti. Heynckes e Guardiola lo migliorano e lo trasformano in un difensore completo. A beneficiare di questa maturazione, bloccata spesso dai guai fisici, sarà Joachim Löw che lo affianca a Hummels per formare la coppia difensiva che nel 2014 vincerà il Mondiale e che ora punta all’Europeo, dove Jérôme ha segnato per la prima volta con la Germania contro la Slovacchia. Ora al ragazzo di Berlino e alla sua squadra per scrivere la Storia mancano due partite. Da affrontare soffrendo e lottando.

* MondoFutbol.com

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