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Il Minuto brasiliano: i personaggi del Mondiale

07.06.2014 - aggiornato: 24.06.2016 - 13:13

Per accompagnarvi al Mondiale brasiliano parleremo di un personaggio per squadra, suddividendoli per Gironi.  In questa terza puntata tocca al Gruppo C, composto da Colombia, Costa d'Avorio, Grecia e Giappone.

foto web

di Gianluca Pusterla  

Gruppo C

Un Gruppo con molte incognite. Ai nastri di partenza la Colombia - seppur orfana di quel fenomeno di Falcao - sembrerebbe aver qualcosa in più. La Costa d'Avorio ha grande forza fisica e delle stelle di caratura mondiale (i fratelli Tourè, Gervinho, Drogba,...), ma nelle competizioni così importanti ha sempre deluso. Il Giappone? Tanti giocatori calcano i campi della Bundesliga e per questo motivo la squadra è competitiva, in più è allenata da un ottimo allenatore come Zaccheroni. La Grecia, invece, sa come vincere una competizione partendo da una posizione super svantaggiata. Ci sarà grande equilibrio.

 

Colombia: Andreés Escobar

"Chi sa solo di calcio non sa niente di calcio". È con questa citazione di José Mourinho che vorrei parlarvi di Andrés Escobar, grande, grandissimo difensore della Colombia degli anni '90. Lui è il leader difensivo, un giocatore d'altri tempi: forte sull'uomo, comanda la linea difensiva ed è pure bravo coi piedi.

Ma facciamo un passo indietro: gli anni '80-'90 non sono anni che il popolo colombiano ricorda con piacere. C'è un altro Escobar, che di nome fa Pablo; è uno del popolo, ma che ha saputo costruirsi un impero. È morto a Medelin dove l'altro, Andrés, viveva. Ha iniziato con qualche piccolo furtarello e poi ha spiccato il volo dell'illegalità con la cocaina. Agli apici della sua "carriera malavitosa" Forbes Magazine stimava che egli fosse il settimo uomo più ricco del mondo, controllando l'80% della cocaina del mondo e il 30% delle armi illecitamente circolanti. La sua organizzazione possedeva flotte di aerei, navi, veicoli costosi, così come ricche proprietà e vasti appezzamenti di terreno: le stime indicano che il cartello di Medelín incassasse 25 miliardi di dollari l'anno al suo momento più alto. 

Andrés, invece, è il leader difensivo della Colombia. La Colombia è una buona squadra, ma non ha mai avuto un ruolo da protagonista nel calcio mondiale. Ma prima dell’inizio dei Mondiali del 1994 la squadra è davvero forte. Tanti, addirittura, sono convinti che possa vincerlo! In Paese, per le vie di Medelin, e in tutta la Colombia, si scommette sulla vittoria finale della squadra. Sarebbe una grandissima gioia per tutta la popolazione. Hanno grande passione per il calcio. I Cafeteros vanno spediti e si qualificano in scioltezza al Mondiale americano (si segnala un nettissimo 5a0 contro l'Argentina) ma poi, al Mondiale in USA, succede l'imponderabile: Andrés Escobar realizza un autogoal nella gara decisiva contro gli Stati Uniti. La squadra viene eliminata. La squadra torna a casa, in quel Paese in cui la criminalità regna. In cui la coca garantisce benessere per pochi e spezza la vita e i sogni della povera gente. I colombiani amano a dismisura il calcio e ci credevano per davvero. Ci credevano pure i narcos, che sulla vittoria - e sul calcio in generale - scommettevano migliaia e migliaia di "pesos". Non presero bene l'eliminazione e la colpa ricadde sulle spalle di Andrés Escobar. Qualcuno lo aspettò in un vicolo la sera del 2 luglio del 1994, in uno di quei vicoli in cui è meglio non incontrare la persona sbagliata. Gli spararono, qualcuno disse addirittura che il sicario, dopo averlo giustiziato disse: "Grazie per l'autogol". Crivellato di proiettili (ben 12) mentre usciva da un ristorante di Medellin in compagnia della moglie. Il colpevole, a detta loro.

Il suo numero di maglia, il 2, venne ritirato. O meglio, nessun calciatore se la sentì di ereditare quella maglia così pesante. Fino a che, Ivan Ramiro Cordoba (ex giocatore dell’Inter), un uomo con la "U" maiuscola, decise di indossarla. Cordoba porterà i Cafeteros, con la fascia di capitano al braccio, alla storica vittoria della Copa America del 2001 (tra l'altro con una rete proprio di Cordoba in finale), l'unica della storia della Colombia, ma questa è un'altra storia....

 

Costa d'Avorio: Didier Drogba

Didier Yves Tébily Drogba ai prossimi Mondiali condurrà la sua nazionale, la Costa d'Avorio, con i galloni da capitano. È lui il leader carismatico di questa squadra ed è lui che probabilmente deciderà le sorti della Costa d'Avorio: dovesse giocare ai suoi livelli – e quindi segnare - si prospetta un'ottima manifestazione per la squadra africana.

Nessuno in Nazionale ha il suo curriculum, il seppur ottimo Yaya Tourè ne deve fare di strada per raggiungere lo status di Drogba. Didier ha fatto tutto quello che un calciatore può desiderare di fare: come tanti suoi connazionali dall'Africa è sbarcato in Francia, poi è passato al Chelsea, in Premier, e ha vinto tutto quello che si poteva vincere (in totale 11 titoli nazionali), in seguito si è trasferito in Cinaa, a guadagnare qualche soldino (o forse meglio soldone, visto il faraonico compenso che gli spettava!), ma alla fine non ha saputo resistere al richiamo del calcio, quello vero. Nell'ultima stagione ha vestito la maglia del Galatasaray, arrivando fino ai quarti di finale di Champion's League. Per il momento non ha ancora deciso quello che sarà il suo futuro; sembra che a 36 anni abbia ancora voglia di giocare, di una nuova sfida, ma deciderà una volta terminate le partite in Brasile.

La partita che però ricorderà con maggior piacere è sicuramente la finale di Champion’s del 19 maggio del 2012. C'è però un antefatto da ricordare: quella del 19 maggio non era la prima finale che Drogba giocava, con il suo Chelsea, a Mosca, aveva già sfidato il Manchester United nel 2008. Lui fu protagonista, ma in negativo. Colpì Vidic e venne espulso. La sua squadra la finale la perse. È quindi con grande spirito di rivalsa che l'africano giocò la partita del 2012. Chelsea (allenato dall'italo-svizzero Di Matteo) contro l'armata del Bayern Monaco. Il Chelsea viene preso letteralmente a pallate: la squadra londinese si difende dal primo minuto e lui, il nostro personaggio, è costretto a fare la guerra contro l'intera difesa bavarese. Non un compito facile, anzi. Il Chelsea va sotto di un goal, potrebbero essere molti di più. È come un pugile che sta per cadere, ma per il momento, con tanto orgoglio e forza di volontà, non demorde. Fino all'ultimo secondo della partita: in una delle rare chance la squadra allenata da Di Matteo conquista un calcio d'angolo e tra venti teste spunta quella di Drogba. Pareggio. SI va ai supplementari! Nei supplementari il risultato non cambia, per la verità nemmeno lo spartito dell'incontro (anche un rigore sbagliato dal Bayern Monaco).  La gara si conclude ai rigori, come allo stadio di Mosca, in cui il Chelsea perse. Questa volta andrà meglio, l'ultimo lo tirerà proprio lui e non fallirà. Prima Champion's della storia del Chelsea, per la gioia di Roman Abramovich.

Lui poi quella squadra la lascerà, come detto, andrà in Cina, ma prima spende 800mila sterline per regalare a tutti i suoi ex compagni un anello commemorativo del successo in Europa. Un gioiello pieno zeppo di diamanti. Drogba è anche questo, una persona molto generosa. È attivo, molto attivo come ambasciatore dell Unicef e inoltre ha un'associazione a suo nome a cui non smette mai di dare il suo sostegno.

 

Grecia: Giorgios Samaras

I bookmakers nel 2004 quotavano 1 a 150 la vittoria finale della Grecia agli europei in Portogallo. Avessi giocato dieci franchi ora, o meglio dieci anni fa, avrei incassato 1'500 franchi. Un bel gruzzoletto. Una nazionale a cui non si davano possibilità di vittoria finale. Poi il calcio si sa, è bellissimo anche per questo motivo.  In quella squadra c'era anche Giorgios Samaras, uno dei più forti giocatori greci. Dal 2008 gioca nel Celtic (la squadre cattolica di Glasgow) e in Scozia lo adorano. È un gigante dal piede educato, abile nel gioco aereo; non segna moltissimo (media realizzativa di un goal ogni 3 partite e mezzo). Per lui questa è stata l'ultima stagione con la maglia - bellissima - bianco e verde del Celtic, dopo 6 anni e mezzo lascerà, ma difficilmente lo dimenticheranno. In questi anni ha vinto tutto, non ci sono rivali all'altezza, è vero, ma vincere e confermarsi non è mai facile.

Tra le tante prodezze in campo e molti goal belli, il gesto che più di tutti lo rappresenta, e ha fatto commuovere la gente, lo ha fatto qualche settimana fa, per il piccolo Jay. Jay è un ragazzino affetto dalla sindrome di down e assisteva alla partita della sua squadra del cuore, che aveva appena vinto la Scottish Premier League. La squadra al termine della partita, quando sono iniziati i festeggiamenti, lo ha visto: il manager Lennon lo ha abbracciato e gli ha regalato la sua medaglia, poi è arrivato Samaras che lo ha preso in braccio e insieme hanno fatto il giro di campo celebrativo. Scene da pelle d'oca che potete vedere qui. Un giorno che il piccolo Jay non dimenticherà mai, grazie al gigante greco.

 

Giappone: Yuto Nagatomo

Se lo vedete vi sorriderà. Poi si inchinerà davanti a voi e, alla fine, vi stringerà la mano. Questo è Yuto Nagatomo, terzino dell'Inter. Diciamolo subito: non è affatto un fenomeno! Ma ha la dote che tutti gli allenatori vogliono dai propri giocatori: non molla mai. Non è una frase fatta, è davvero così. Voi gli chiedete, Yuto lo farà. Dove lo metti sta, gioca, e lo fa dando il 100%. Il Signore gli ha dato delle doti fisiche fuori dal comune. Penso sia capace di correre per un intero giorno senza particolari affanni. Un giorno alla Pinetina (centro dove l'Inter si allena quotidianamente) l'Inter stava facendo allenamento, o meglio in campo c'erano solo le riserve. I titolari - tra cui Yuto - stavano a parte e facevano un lavoro defaticante e a turni andavano a farsi massaggiare per sciogliere eventuali problemi o prevenire nuovi infortuni. Su un campo a parte, invece, c'era lui. Nagatomo stava effettuando un lavoro intensississimo, che in gergo viene chiamato "navette". Il lavoro consiste nell'andare in un determinato tempo in un punto, poi fare qualche secondo di pausa e ripartire. Avanti e indietro. Vi assicuro che è durissimo. Serve a migliorare la resistenza aerobica dei calciatori e si fa in preparazione. Lui lo effettuava a poche ore da una partita in cui aveva giocato 90 minuti. Sono rimasto abbastanza perplesso, ho chiesto maggiori informazioni e degli addetti ai lavori mi hanno riposto: "Fa sempre così, si allena il doppio degli altri e quando gli altri iniziano una seduta lui è già in campo da un bel po'. Questo è Yuto". Come si fa a non volergli bene? Ah è anche un ottimo uomo-marketing: guadagna più soldi dalle varie compagnie che lo sponsorizzano (tra cui la Hyundai) che dalla squadra di Milano. In Giappone è conosciutissimo ed è un idolo per tutti. Lavorate sodo e un giorno, con sudore e fatica, potrete arrivare ai livelli di Nagatomo. Il soldatino.  Il suo segreto? Le prugne.  "Sono ricche di acido citrico e aiutano a smaltire la stanchezza, le prendo sempre prima di ogni partita".  Si chiamano "umeboshi" e sono le prugne della salute. Sulla bontà abbiamo qualche dubbio, ma se i risultati sono questi...

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