Cronaca - 25.07.2012
Con le aggregazioni in corso, quello che prima era un Comune autonomo si ritrova spesso ad essere definito “quartiere” del più grande Comune che si è venuto a costituire. Quando ciò accade all’interno di un effettivo tessuto urbano non desta sorpresa; tutt’al più può dar luogo, almeno inizialmente, a un certo disorientamento in chi sente nominare come “quartiere” quello che fino a poco tempo prima era il proprio Comune. Così è stato ad esempio per i Comuni di Viganello e Pregassona diventati quartieri di Lugano. Ma tutto sommato c’è voluto poco ad abituarsi, considerato che le due località facevano parte ormai da tempo dello stesso tessuto cittadino. E di fatti il vocabolario della lingua italiana (Devoto Oli) definisce il quartiere «nucleo autonomo per tradizione o fisionomia all’interno di un agglomerato urbano».
Più difficile è invece abituarsi all’idea che un nucleo abitato, un paese (ormai ex Comune) fisicamente circoscritto (come può essere un paese di collina o di valle) possa essere considerato un «quartiere» del nuovo Comune nato dall’aggregazione. Che non si tratti di una questione di lana caprina lo stanno a testimoniare le ricorrenti rimostranze di abitanti di ex-Comuni niente affatto urbani, che però nel linguaggio burocratico sono considerati «residenti nel quartiere X o Y». Perché allora non definire ex Comuni di questo genere “frazioni” del nuovo Comune? «Va innanzitutto precisato come l’articolo 4 della Legge organica comunale (LOC) lascia alla libera interpretazione del nuovo Comune la suddivisione del proprio comprensorio in “quartieri” o/e “frazioni”. La distinzione va consolidata nel Regolamento organico comunale (ROC), senza tuttavia avere un vero e proprio effetto di carattere istituzionale» spiega Elio Genazzi, capo della Sezione enti locali al Dipartimento delle istituzioni. «La differenziazione, nel caso della frazione, può derivare essenzialmente dal fatto che una parte di un Comune sia costituito da un aggregato di case topograficamente distinto e separato dal capoluogo. Per favorire il contatto di queste realtà e dar seguito alle aspettative dei rispettivi abitanti, il ROC può prevedere l’istituzione di specifiche “Commissioni di quartiere” o “di frazione”, a titolo esclusivamente consultivo, ma anche di statuire sul loro funzionamento, definendo ad esempio degli incontri con la popolazione, le indennità riconosciute ai propri rappresentanti, ecc. Così qualche nuovo Comune (Faido, ad esempio) ha optato per la costituzione dell’“Assemblea di frazione” coordinata da una “Commissione di frazione”.
Verosimilmente sinora il termine di “quartiere” ha avuto la meglio su quello di “frazione” considerando che le aggregazioni sono volte proprio a costituire dei centri forti, dei “poli”, delle piccole città anche se spalmate su un territorio assai composito dal punto di vista geografico e e naturalistico. Per quanto, come sottolinea Genazzi, «la distinzione tra “frazioni” e “quartieri” è lasciata al libero arbitrio dei singoli Comuni, e l’una non escluda l’altra».
Resta il fatto che mentre fino a pochi anni fa l’Annuario dell’Amministrazione cantonale elencava con puntigliosità, rigorosamente in ordine alfabetico, le diverse centinaia di frazioni, accompagnate dal rispettivo Comune di appartenenza, adesso questo elenco non figura più nella pubblicazione. Convinto dell’opportunità di questa rubrica, che dunque andrebbe riproposta nell’Annuario, il capo della Sezione enti locali ribadisce che «il termine di “frazione” non è affatto stato abolito insieme all’elenco. Si è semmai estesa la facoltà ai Comuni di far uso del termine di “quartiere”, che può in taluni casi costituire un insieme di frazioni, mentre in altri casi, può semplicemente corrispondere ad una porzione di Comune. Credo che la distinzione, oltre ad avere un irrinunciabile significato “toponomastico” contribuisca a tramandare una sana e irrinunciabile identità locale e sia garante del mantenimento di peculiarità, tradizioni e attività che caratterizzano e - per certi versi - differenziano tra loro i luoghi che a livello istituzionale sono accomunati dall’appartenenza a un solo Comune».
Certo è che le aggregazioni comportano anche qualche problema dal profilo linguistico (anche se del tutto minore rispetto a quelli politici e finanziari). Unendo più Comuni si devono ad esempio superare i doppioni nella denominazione delle vie, ciò che nei principali centri (anche in questo caso Lugano insegna) può risultare un processo piuttosto laborioso e complesso. Ma persino il catasto ha dovuto adeguarsi per evitare confusioni tra numeri di particelle. Così ogni ex Comune, ai fini catastali, è diventato una “sezione” del nuovo Comune.