Catholica - 11.08.2012

Eventi
Eugenio Corecco: "La Tua Grazia vale più della vita"
Dal 19 al 25 agosto al Meeting di Rimini la mostra sullo scomparso vescovo di Lugano
di di Cristina Vonzun

“La Tua Grazia vale più della vita”. Come mai, professoressa Moretti, avete voluto intitolare una mostra su tutta la vita di Corecco scegliendo questa frase del Salmo 62, a cui lui stesso faceva riferimento nel tempo ultimo?

Perché il tempo ultimo ha illuminato tutta la vita di Eugenio Corecco; in ultimo è emerso, innanzitutto davanti ai suoi occhi, quello a cui lui teneva di più.
Mai come negli ultimi eventi la sua libertà è stata sollecitata, la sua coscienza mobilitata a prendere atto con stupore di quello che davvero corrispondeva alle esigenze del suo cuore. È per questo che la sua presenza e i gesti e le parole con cui ci ha fatto partecipi del suo cammino sono così illuminanti e pacificanti.


La mostra è strutturata in 4 parti. Nella prima si ripercorre la giovinezza di Corecco, la vocazione precoce, gli studi, l’incontro con don Giussani (fondatore di Comunione e liberazione), la scelta universitaria. Cosa l’ha colpita di più?

Direi la scoperta del temperamento di Corecco, quella sua originale apertura, il suo interesse per tutto, la gioiosità della vita, l’energia instancabile ed il mistero di una chiamata. Non so come, ma so che questo temperamento felice e questa chiamata sono legati l’uno all’altra: felice perché chiamato, ovvero amato. E non solo dalla sua famiglia naturale, che pure lo ha davvero e molto profondamente amato. È evidente nella famiglia Corecco il riferimento alla fede, la concretezza quotidiana della fede, vissuta già dai genitori come libertà e obbedienza. Rinviano di un anno l’entrata in seminario perché non sono convinti, ma poi accettano umilmente la scelta del figlio. È la libertà di dire la propria e l’obbedienza di fronte alla realtà.

Il secondo periodo è quello dominato dalla figura del professor Corecco preso dal suo lavoro pastorale con gli studenti universitari e dalla sua attività accademica. Come viveva le esigenze di una vita di docenza universitaria e l’attività con i giovani?

Direi che Corecco è dominato soprattutto dal suo essere prete. Il ministero pastorale è sempre in prima linea, è la cosa più importante per lui, è la forma della sua vocazione. Il dove ed il come dell’esercizio di questo ministero possono cambiare - in fondo gli va bene tutto, purché sia fino in fondo, perché la sua vocazione è essere prete. Era felicissimo di essere parroco di Prato Leventina e se ha ripreso gli studi è stato, credo, per l’insistenza di mons. Luigi Villa (il suo confessore milanese) presso mons. Jelmini. Mons. Villa non si dava pace al vedere i talenti intellettuali del suo giovane protetto, confinati in una minuscola parrocchia di montagna.

Ed in cosa consiste il ministero sacerdotale, secondo Corecco?

Nell’annunciare Cristo, nel far conoscere Cristo. La Chiesa non è un’agenzia morale, è una vita. Quando Corecco incontra don Giussani è alla ricerca di una strada per farlo capire ai suoi “parrocchiani” di quel momento, che sono gli studenti. Corecco trova risposta per sé nel carisma di don Giussani e lo fa suo. Si vede dal legame profondamente personale, quotidiano, con gli studenti di quella che si chiamava allora comunità - compagnia riconosciuta come ambito di rapporti nuovi, cioè di vita nuova- ma anche dal suo lavoro scientifico, come ci testimonia l’attuale Card. di Madrid, che fu suo collega come assistente del Prof. Klaus Mörsdorf a Monaco. Tra loro assistenti nacque un’amicizia, che è durata per tutta la vita, ed un modo di occuparsi del diritto canonico tutto carico del desiderio di servire la Chiesa, che stava allora vivendo il Concilio Vaticano II. È nota la domanda al centro dei lavori conciliari: Chiesa, cosa dici di te stessa? Ed è proprio a questo proposito che la scuola di Monaco si è assunta un compito fondamentale. Oltre a quella del servizio, dimensioni fondamentali dell’attività scientifica di Corecco sono state la libertà e la ricerca della verità. Eugenio Corecco è stato un grande costruttore di unità: libero nell’esporre le sue idee, capace di indirizzarsi al cuore dell’interlocutore e di coinvolgerlo nel servizio alla Chiesa: Basti vedere l’istituto, poi Facoltà di teologia, di Lugano: è nato con il contributo di un gesuita, dei domenicani, di membri dell’Opus Dei… Come lui stesso dirà nel 1994, la sua riflessione teologica e giuridica non è stata un’elucubrazione intellettuale. Eugenio Corecco viveva quello che studiava ed insegnava. Ben se ne è accorto Giovanni Paolo II, che l’ha voluto nella commissione che rileggeva il Codice di Diritto Canonico prima della promulgazione e poi tra i consultori per la corretta interpretazione dello stesso. Come sempre nella vita di Eugenio, anche con Giovanni Paolo II, dal lavoro comune è nata una profonda amicizia personale.

La terza parte della mostra sottolinea la dimensione di obbedienza che ha accompagnato l’accettazione da parte di don Corecco della chiamata all’episcopato. Cosa emerge?

Nulla nella vita di Eugenio era da lui considerato al di fuori della vocazione, soggetto ad una pura valutazione di tipo mondano (mi conviene o non mi conviene). La dimensione dell’obbedienza è stata una costante nella sua vita, neppure il diritto canonico è stata una scelta sua, ma piuttosto l’accettazione di un compito che il vescovo Jelmini gli affidava. Sta qui credo la radice della grande libertà con cui si è mosso, anche da vescovo. Attento a farsi conoscere e a farsi capire, ha accolto la nomina come la chiamata ad una responsabilità radicata nella sua Chiesa locale, ma di fronte alla Chiesa universale. Da vescovo sapeva di dover custodire il patrimonio della fede, a costo di scelte impopolari. Poi si è impegnato, davvero senza risparmio, per sostenere e promuovere la vita della fede, nelle parrocchie, nelle associazioni, ovunque ed in tutte le forme. È andato incontro ai giovani con un entusiasmo incredibile, con la stessa premura affettuosa che trent’anni prima gli faceva scrivere a Jelmini: «vorrei raggiungerli tutti». Gli premeva che capissero che Cristo è davvero una persona, che si può incontrare e conoscere, ed è questo incontro che spalanca alla conoscenza della realtà e compie il desiderio del cuore. In tutto, ma con particolare entusiasmo nell’apostolato con i giovani, ha seguito passo passo l’opera di Giovanni Paolo II.

Mons. Corecco ha avuto un ministero episcopale fecondo di opere. Cosa lo animava? Forse era un genio?

Ha lavorato moltissimo, perché, senza sottrarre nulla all’impegno pastorale, ha continuato l’attività scientifica e l’insegnamento, come prima e forse anche di più. Non ho mai pensato a Corecco come ad un genio, non mi pare che sia una categoria che gli rende giustizia. L’ho visto come un uomo vero, unito, libero ed intelligente, con grandi doni di natura ed attivissimo, questo sì. Ed era già così a 25 anni, quando era parroco a Prato Leventina. Non posso valutare pienamente la portata del suo contributo giuridico e teologico (non ne ho la competenza), penso che sia notevole e mi colpisce la sintonia che si sente con il magistero di Benedetto XVI, il quale, da teologo e cardinale, si è avvalso più volte della collaborazione di Corecco.

L’ultima parte della mostra è sul tempo della malattia. Cosa emerge?

È Eugenio stesso che ci ha fatto, e ci fa, partecipi del suo itinerario nella malattia. La sua domanda di poter abbracciare fino in fondo la volontà di Dio, intuendo che questo e non altro è il desiderio del suo cuore; l’umile accettazione di tutti i passi del suo Calvario (penso che abbia meditato con profonda immedesimazione la Passione di Cristo), l’umile richiesta ed accettazione della preghiera degli altri per la sua guarigione ma prima ancora per la sua fede (ha sempre detto che l’importanza di queste due domande era rovesciata rispetto alla “natura”), l’umilissima accettazione di tutti gli aiuti che il Signore gli inviava. Sono tutti segni del suo totale abbandono alla volontà del Signore, una volontà riconosciuta come amorosa nel mistero del suo cuore, libero ed intero, perché davvero gli era chiaro che: la Sua grazia vale più della vita.