Cronaca - 23.08.2012

Una ricerca che va approfondita
Salute più a rischio per i bimbi “in vitro”?
di Fiorenzo Dell’Era

La fecondazione in vitro? Una tecnica che non sarebbe priva di rischi, al contrario di quanto si è ritenuto fino ad oggi. I bambini nati in provetta presenterebbero delle disfunzioni vascolari e polmonari potenzialmente pericolose. In particolare sarebbero esposti a un invecchiamento precoce del sistema cardiocircolatorio: un fattore di rischio importante per lo sviluppo di un infarto del miocardio.
Risultati sorprendenti
A queste conclusioni – evidentemente preoccupanti se venissero confermate – è giunto uno studio, condotto a partire dal 2007, da un’équipe di ricercatori di Losanna e avvalorato quest’anno dalla sua pubblicazione sulla rivista scientifica americana “Circulation”, pur con la richiesta di prove supplementari.
I sorprendenti risultati – illustrati alla RSI nell’ultima puntata di “Falò” – stanno naturalmente facendo discutere anche in Ticino dove, nei tre centri specializzati, si praticano oltre un migliaio di fecondazioni in vitro all’anno, anche per la vicinanza con l’Italia (un 60% delle aspiranti madri giunge da oltre confine). Prescindendo dalla provenienza delle donne, si tratta di un numero indubbiamente rilevante, rispetto ai 7 mila casi all’anno in tutta la Svizzera.
Confronto in altitudine
Praticata dal 1978, sulla fecondazione in vitro e sulle sue possibili conseguenze ha indagato il prof. Urs Scherrer specialista in medicina interna che opera tra gli ospedali universitari di Losanna e Berna, comparando lo stato di salute fra una sessantina di bambini dodicenni nati da fecondazione in provetta e altrettanti concepiti naturalmente. “Laboratorio” per questi test è stata la Jungfrajoch che, con i suoi 3.500 metri d’altitudine, presenta condizioni idonee a mettere l’organismo sotto stress soprattutto per la carenza di ossigeno. Gli stessi esami, condotti sulle madri dei bambini fecondati in vitro, hanno escluso l’ereditarietà come causa delle disfunzioni vascolari riscontrate invece nei loro figli. Questi stanno bene, senza apparenti problemi di salute, ma per il prof. Scherrer tale situazione potrebbe anche non durare: «Sono esposti al grosso rischio di invecchiamento precoce del sistema circolatorio. La risposta vasodilatatrice a un aumento del flusso, in caso di rigidità dei vasi, è un fattore di rischio che, più in là nella vita, potrebbe contribuire allo sviluppo di un infarto del miocardio». Da qui la raccomandazione ai bambini fecondati in provetta di condurre una vita il più sana possibile, così da contenere al massimo i fattori di rischio.
«Quello del prof. Scherrer è uno studio interessante, ben fatto» ha riconosciuto il dott. Jürg Stamm, direttore del Centro cantonale di fertilità dell’Ospedale La Carità di Locarno, ospite della trasmissione. «Ci mostra infatti che circa un terzo dei 60 bambini fecondati in vitro ha un cambiamento precoce delle sue arterie. Sembra quindi che ci sia un problema. Ma questo problema è stato costatato per ora solo in Svizzera» aggiunge Stamm, rilevando che al congresso europeo sulla fertilità dello scorso giugno non se ne è parlato.
L’informazione ai pazienti
Insomma lo studio sarebbe ancora troppo circoscritto, limitato a un campione ridotto di bambini, per potersi imporre con le sue conclusioni a livello della comunità scientifica internazionale. Ma ciò non significa che tali conclusioni possano essere prese sottogamba. Al punto che il direttore del Centro locarnese ha quanto meno deciso di avvisare i suoi pazienti di questo studio.


 


Le reazioni


Claudio Gianella: «Delicatissimo trasmettere la vita»
«La trasmissione della vita è un evento delicatissimo» rileva il dott. Claudio Gianella, da noi interpellato, partendo dalla sua lunga esperienza di ginecologo. «Ogni interferenza in questo campo richiede moltissima prudenza. I problemi evidenziati dallo studio del prof. Scherrer, ancorché richiedano i dovuti approfondimenti, non ne sono che una conferma». D’altro canto la sua sensibilità verso le persone e i problemi di salute, anche solo potenziali, che potrebbero avere, lo porta a raccomandare «molta prudenza e delicatezza nel comunicare risultati come quelli che scaturiscono da questa ricerca».



Marco Balerna: «Indispensabile ampliare la ricerca»
«Lo studio in questione costituisce una novità assoluta. Per quanto di mia conoscenza non c’è mai stato nessun altro, in tutto il mondo, che sia arrivato a queste conclusioni» gli fa eco Marco Balerna, biochimico, pure da noi interpellato. «Mi piego all’evidenza, però chiedo anche prudenza: per pronunciarsi con piena cognizione di causa bisognerebbe infatti essere a conoscenza dello studio in tutti i suoi dettagli».
Ciò premesso, Balerna sottolinea l’importanza della questione sollevata dal prof. Scherrer. Una questione «che ora dovrebbe essere oggetto di attenzione a livello internazionale, naturalmente anche attraverso un campione più esteso di pazienti». Una domanda che il nostro interlocutore si pone subito, sulla base dell’esperienza accumulata quale specialista della procreazione assistita è «da dove e come potrebbero nascere i problemi evidenziati dallo studio. Se i riscontri internazionali saranno positivi, bisognerà davvero darsi da fare per capire cosa provochi le disfunzioni riscontrate dal prof. Scherrer. Dovrebbero essere avvenute nelle primissime fasi di unione dei due gameti, rispettivamente del brevissimo periodo di coltura in vitro prima di essere reimpiantati nell’utero della madre».
Per Balerna insomma, a questo punto è indispensabile ampliare lo studio.