Cronaca - 07.09.2012
Sabato 22 settembre andrà in scena l’elezione del nuovo presidente del PLRT. Ci sono tre protagonisti per la parte principale (anche se è già stato detto che all’ultimo momento potrebbero rientrare altri candidati...): in rigoroso ordine alfabetico: Rocco Cattaneo, Michele Morisoli e Nicola Pini. Qui non vogliamo oggi entrare nel merito delle candidature, bensì tracciare per sommi capi almeno la “cronaca” del PLRT degli ultimi anni, con tutte le difficoltà interpretative del caso e con tutte le dimenticanze sempre dietro l’angolo. Lo facciamo considerando soprattutto le battaglie che hanno accompagnato le elezioni cantonali, toccando invece più sommariamente (anche per motivi di spazio) le dinamiche che hanno caratterizzato la composizione delle liste per le elezioni federali. Quale partito si troverà tra le mani il futuro presidente? Quali sono stati gli avvenimenti più importanti negli ultimi vent’anni che hanno segnato il cammino del PLRT? Un partito che come gli altri, ma più degli altri, ha vissuto sulla propria pelle l’avvento della Lega dei ticinesi. I risultati sono lì a dimostrarlo. Altalenanti, ma pure “drammatici”, pensando a quanto avvenuto per esempio nell’aprile dello scorso anno con la perdita di un seggio in Consiglio di Stato e con la perdita di quella maggioranza relativa che deteneva da sempre. Un partito interclassista, che in epoca non così remota era sempre riuscito a far convivere le sue due “anime”: quella radicale e quella liberale. Nelle orecchie abbiamo ancora il ritornello, usato durante le campagne elettorali in particolare dagli avversari politici: «Nel PLR litigano sempre ma al momento di votare vanno d’amore e d’accordo». Ma oggi di quell’accordo di tipo elettorale che cosa rimane?
Partiamo dall’inverno ’94
Abbiamo retrocesso la lancetta del tempo all’inverno del 1994, quando il partito del presidente Fulvio Pelli stava preparando le strategie per l’elezione del Consiglio di Stato nel 1995. In carica vi erano Dick Marty e Giuseppe Buffi; il primo, in quel momento leader del partito, avrebbe voluto ripresentarsi ed escludere dalla lista Buffi. La spuntò però Buffi e sulla lista entrò in scena Marina Masoni. L’ala radicale del partito mise in campo Giorgio Pellanda, anche se lo stesso non poteva essere considerato come la “bandiera” del radicalismo nostrano. Fu una contesa serrata, che vide però imporsi Marina Masoni. E il duo Buffi-Masoni in Governo iniziò un periodo ricco di risultati, ma in controtendenza rispetto alle aspettative dei vertici del PLR. Buffi tentò la scalata alla presidenza, ma il partito prolungò il mandato a Pelli, sino all’elezione di Giovanni Merlini. Nel 1999, con Marty che nel frattempo era stato eletto agli Stati, il binomio Buffi-Masoni si consolidò anche in campo elettorale, visto che l’ala radicale propose Gabriele Gendotti, considerato il vero vessillifero della corrente radicale, per contrastare uno dei due. Ma anche in quella circostanza i due consiglieri di Stato in carica si imposero. Furono due legislature durante le quali la Marina Masoni non venne risparmiata dalle critiche e dagli attacchi dei suoi stessi correligionari di partito, piazzati sulla sponda radicale. Assieme a Buffi, infatti, aveva rotto con le radicate regole interne di gestione del potere statale.
Dal 2003 al 2007
Dal 2003 al 2007 con la rielezione di Gendotti (dopo il breve mandato nel quadriennio precedente per la scomparsa di Buffi) anche l’ala radicale riprese vigore e l’opposizione interna a Masoni si fece più forte. È stato anche per questo motivo che in quegli anni Masoni iniziò a manifestare interesse per una sua eventuale elezione in Consiglio federale. Un interesse legittimo, ma che entrava nuovamente in rotta di collisione con altre personalità del PLR ticinese, ossia Fulvio Pelli e Dick Marty, a loro volta molto gettonati anche su scala nazionale per un posto nel Governo federale.
Nel periodo 2004-2005 il “gioco” si fece pesante: ai vertici del PLR, sempre presieduto da Giovanni Merlini, la corrente radicale era maggiormente rappresentata e forte, godendo anche di un appoggio esterno prezioso nel quotidiano LaRegione. Poteva immaginare un futuro in cui Marina Masoni fosse rimasta in Governo dopo il 2007 o fosse entrata nel governo federale?
I cittadini ticinesi in tutto questo periodo - e lo si può riscontrare anche da questa nostra ricostruzione - furono bombardati dalle dispute tra l’ideologia radicale e quella liberale. Per molti questo contrasto celava però un altro tipo di disputa e cioè la spartizione del potere che i radicali avevano visto sfumare dopo il 1995. Non è un caso che Marina Masoni non applicasse il “manuale Cencelli” nelle assunzioni o nell’accordare lavori, ma applicasse politiche trasversali ai partiti, non ascoltando a più riprese i vertici del PLRT o il gruppo parlamentare. Val la pena forse fare almeno alcuni esempi macroscopici: il documento delle 101 misure; i quattro pacchetti fiscali; il taglio di 450 milioni di spese, la creazione dell’USI. Una forza che ben presto le si è ritorta contro su molti argomenti: sul turismo, su AET, sul caso fiscogate, su BancaStato, sulla Fondazione Villalta. E fu proprio uno di questi temi, il fiscogate (un problema interno di dirigenza alla testa del fisco cantonale), a far precipitare le cose. Una campagna stampa durissima, nel momento in cui Masoni era fuori gioco per un infortunio che la costrinse per mesi a letto. Le bordate arrivavano dal suo stesso partito. Anche se tutti gli altri schieramenti non si risparmiarono, primi fra tutti la Lega dei ticinesi.
La svolta del 2007
Masoni volle comunque rimanere in corsa anche per le elezioni del 2007, nonostante tutte le avversità esterne ma soprattutto interne. Il PLRT le contrappose un candidato fatto su misura per batterla. Laura Sadis: una donna, pure luganese, non liberale masoniana e nemmeno troppo radicale. Finì con la vittoria di quest’ultima. L’orologio del tempo, per la corrente radicale, ritornò indietro di 12 anni a quel 1995, quando l’avvento di Marina Masoni scompaginò le carte. Nel PLR l’ala radicale ritornava quindi al comando in tutti i sensi: due consiglieri di Stato e 18 su 27 deputati in Gran Consiglio.
Per i liberali segnò invece il declino. In 12 anni quest’ala non ha mai saputo organizzarsi nella gestione del potere locale; occupare cariche gerarchiche nel partito; avere un numero cospicuo di deputati nel gruppo parlamentare; occupare posti influenti nel parastato. Non crebbe mai nemmeno una cultura liberale volutamente pianificata per i giovani e per le successioni nel partito. Era un liberalismo con forti tratti teorici e pratici e livello di Governo per il tramite di Masoni, ma non si esprimeva nell’elettorato medio del PLR. Un liberalismo che si reggeva su due figure: Masoni e il sindaco di Lugano Giorgio Giudici, senza però che ci fossero degli accordi o una pianificazione strutturata tra i due in funzione del pensiero liberale e della sua diffusione in Ticino.
Una sconfitta difficile da gestire per l’ala liberale, che durante tutta l’estate del 2007 ha meditato sul da farsi: staccarsi dal partito per creare una lista propria, magari con Masoni capolista? Una posizione che la diretta interessata non volle mai appoggiare, anche perché a Lugano dopo pochi mesi si sarebbe votato per le comunali, dove la sorella Giovanna era impegnata quale municipale.
Dalla Rosa dei venti ad IdeaLiberale e Gianora
Dopo le elezioni a Lugano nel 2008, quando il PLR fu superato dalla Lega (pur mantenendo il sindacato con Giudici), lo stesso Giudici decise di scendere in campo per far sì che la componente liberale potesse trovare più rappresentanza all’interno del partito. Era il primo passo verso la nascita di IdeaLiberale, un gruppo, un’associazione all’interno del partito che “difendesse” gli interessi dei liberali (in contrapposizione vide la luce successivamente “Incontro Democratco”, associazione con alti esponenti radicali e socialisti). Il bersaglio fu il presidente Merlini, reo di aver fatto perdere consensi al partito. Diciotto deputati su 27 sottoscrissero un duro richiamo al presidente. Era l’inverno 2008-2009 e partì il tentativo di aprire un tavolo di discussione per ricompattare liberali e radicali. Alcuni deputati si spinsero più in là chiedendo la sostituzione del presidente. Fu così che la Rosa perse diversi petali, ossia quei deputati che non condividevano una tale richiesta. Rimasero Edo Bobbià, Tullio Righinetti, Andrea Giudici, Corrado Solcà, Ivan Belloni, Alessandro Del Bufalo, con i sindaci Giudici e Moreno Colombo. I più attivi riuscirono però nell’intento di far cadere Merlini. Ma l’operazione durò a lungo, giungendo a compimento nel febbraio del 2010, ossia ad un anno soltanto dalle elezioni cantonali. La ricerca del successore non fu affatto semplice (e come lo poteva essere, visto che il mandato era di compattare le due anime del partito entrate in chiara rotta di collisione ormai da tempo?). Vi fu (quasi) unanimità su Walter Gianora, deputato delle Valli, ritenuto equidistante, sulle cui capacità di gestire una simile situazione vi furono subito dubbi. Così si rivelò, non tanto per i demeriti di Gianora, quanto per lo sforzo di Sisifo di cui era investito.
Le elezioni del 2011
La composizione della lista per il Consiglio di Stato nelle elezioni del 2011 ne fu un esempio. A prima vista la partenza di Gendotti, l’inserimento di Sergio Morisoli, accanto all’uscente Sadis poteva preludere ad un “ricompattamento” delle anime. Ma la pesante campagna contro Morisoli lanciata dalla corrente radicale (uno dei notabili più influenti, Sergio Salvioni, alla vigilia del voto si spinse persino a scrivere su LaRegione «Meglio due leghisti in Governo che Morisoli») produsse uno sconquasso elettorale, con la perdita -quasi caldeggiata da Salvioni - di un seggio a vantaggio della Lega, l’uscita dello stesso Morisoli dal partito, la creazione di AreaLiberale. All’indomani del voto, i vertici del PLR, imputando tutta la responsabilità alla corrente liberale e in vista delle elezioni federali dell’ottobre 2011, misero da parte Walter Gianora, iniziando un interinato con Gabriele Gendotti. L’ala liberale, che numericamente con Morisoli in aprile non aveva sfigurato come invece si fece credere, si è sparpagliata, gonfiando la Lega, ma anche l’UDC e producente infine anche un nuovo movimento: “AreaLiberale”.
Si arriva ora a questo congresso del 22 settembre.