Economia - 20.09.2012
Tra le obiezioni che vengono rivolte al modello Rubik, il fatto che, secondo i detrattori, si va comunque verso lo scambio automatico d’informazioni. Non è così, ha detto Alfredo Gysi alla serata promossa ieri sera dall’Associazione Incontro Democratico. Perché lo scambio automatico d’informazioni non avviene da nessuna parte al mondo e non è dunque uno standard internazionale. Meglio dunque puntare sull’imposta alla fonte liberatoria (con una sanatoria che pulisca il passato) che preserva la sfera privata e consente ai clienti di usufruire del “sistema” Paese della Svizzera, consentendo agli Stati esteri di percepire senza sforzo e impegno quanto dovuto integralmente al loro fisco. All’affollato dibattito che si è svolto all’Auditorium della BSI ha partecipato Paolo Bernasconi, docente di diritto bancario a San Gallo e al Centro Studi di Vezia. Si dirà che la Svizzera diventa l’agente pagatore per gli Stati esteri, ha commentato Gysi. Ma lo è già con l’euroritenuta, senza che questa sia liberatoria nei confronti dei clienti e senza togliere il Paese dal ricatto e dalla pressione internazionale. Secondo il presidente del CdA della BSI, il segreto bancario è nato negli anni trenta per una serie di motivi: 1) le paure (paure statalistiche, valutarie, fisiche per i sequestri); 2) per la fiscalità, sottraendo capitali alle proprie autorità fiscali per affrancarsi dai rischi di cui sopra: 3) per usufruire dei vantaggi del sistema Paese. Poi con il 2009 la Svizzera ha dovuto accettare per la crisi internazionale l’articolo 26 dello standard OCSE per il timore di essere inserita nelle liste nere. Né va dimenticato che dal febbraio di quest’anno il Gafi ha stabilito un nuovo standard secondo cui l’evasione fiscale grave (per due motivi, si presume l’importo superiore al milione e la volontà di evadere) è un reato antecedente al riciclaggio. Ciò significa che si hanno due anni di tempo per adeguarsi. In sostanza, dopo l’accordo in cui si è concesso troppo con UBS, oggi la Svizzera è ricattabile in molte maniere e può mettere in pericolo l’insieme della sua economia, non solo la piazza finanziaria che rappresenta l’8% del suo Pil. Gli accordi Rubik permettono in sostanza di sistemare l’eredità del passato, di cui è rimasta solo la fiscalità. Consentono cioè di staccare la protezione della sfera privata dagli aspetti fiscali.
La piazza bancaria svizzera e di riflesso quella ticinese stanno vivendo, almeno dal 2008, anno d’inizio della crisi finanziaria globale, momenti tormentati che sollevano diversi interrogativi con conseguenze incerte sul tessuto finanziario, economico, occupazionale e sociale. Aumentano le pressioni sui clienti esteri delle banche svizzere, ha ricordato Paolo Bernasconi. Vi sono procedimenti contro banchieri e intermediari finanziari svizzeri, l’acquisto di dati rubati, controlli speciali alle frontiere, razzie nelle banche svizzere all’estero e poi le pressioni interne Finma. Tutto scaturisce dal vertice di Cannes del G20 con la firma sulla cooperazione fiscale, poi il Gafi che ha approvato l’inserimento dei reati fiscali tra i reati a monte del riciclaggio, l’estensione degli standard Ocse, l’ammissibilità delle domande collettive su modelli di comportamento, la criminalizzazione dei patrimoni non dichiarati fiscalmente, restrizioni delle banche nei confronti di intermediari finanziari non bancari. Insomma, la pressione non è di poco conto, ricordando la risoluzione dell’aprile di quest’anno del Consiglio d’Europa contro i cosiddetti paradisi fiscali, menzionando tra questi la Svizzera come il più importante.