Cronaca - 02.10.2012
Il 51.7% dei residenti e il 51.5% dei famigliari si dichiarano completamente soddisfatti della vita in una casa per anziani e del livello di qualità delle prestazioni ricevute, mentre solo l’1% dei residenti e il 5% dei famigliari si dichiarano insoddisfatti. Il restante 47.5% dei residenti e 43.9% dei famigliari si ritiene invece sufficientemente soddisfatto del servizio ricevuto.
Sono questi i risultati complessivi dell’inchiesta condotta per la prima volta tra il 2009 e il 2011 in 63 case per anziani ticinesi (la quasi totalità, con circa metà dell’offerta privata e l’altra metà pubblica, da parte dei Comuni). A promuoverla è stato il DSS che non gestisce nessuna struttura ma che ha assegnato a ciascuna di esse un mandato di prestazione. Affidata a un team di ricerca USI-SUPSI (affiancato da un gruppo di accompagnamento con rappresentanti delle case e del dipartimento) l’inchiesta era volta appunto a rilevare la qualità percepita. «In una casa per anziani – sottolinea il direttore del DSS Paolo Beltraminelli – l’anziano giudica la qualità di quella che è la sua casa: per essere davvero gradita, deve diventare un luogo accogliente in cui ci si trova bene. Un altro fattore che rende quest’indagine molto diversa da qualsiasi altro studio di qualità è il fatto che gli utenti non hanno scelto un prodotto piuttosto che un altro: molto spesso, purtroppo, usufruiscono di questi servizi perché non possiedono più l’autonomia necessaria per rimanere nella propria abitazione e perché, in fondo, non possono farne a meno».
Complessivamente sono stati intervistati 1885 residenti, cioè l’84% delle 2.243 persone intervistabili mentre è stato per forza di cose escluso quel 43.3% di ospiti (su un totale di 3.956 presenze) con condizioni di salute molto compromesse dal punto di vista clinico e/o cognitivo. Insieme a loro hanno risposto 1.870 familiari, ossia il 49.4% dei 3.783 cui era stato spedito l’apposito questionario.
I risultati presentati ieri da Francesco Branca, capo dell’Ufficio degli anziani, e da Sabina Beffa, collaboratrice della Divisione dell’Azione sociale, mostrano come oltre l’80% dei fattori valutati abbiano ricevuto, tanto da parte dei residenti che dalle famiglie, apprezzamenti completamente positivi. Le valutazioni maggiormente critiche riguardano la dotazione di personale (ma riferita solo a specifici momenti della giornata), la difficoltà nella convivenza tra residenti con capacità cognitive intatte e persone affette da demenza (espressa anche alla voce “pasti” per quanto riguarda la composizione dei tavoli), nonché una generale carenza nella gestione delle informazioni (per supplire alla quale le case per anziani si sono già attivate).
Dall’inchiesta emerge la necessità d’intervenire specialmente a livello strutturale, con la realizzazione di un maggior numero di camere singole (adesso siamo sul 70-80%) soprattutto per le persone lucide, che reputano fondamentale vedersi garantita la propria privacy. Ma risulta pure necessario prestare più attenzione alla diversificazione e caratterizzazione degli spazi comuni, a sostegno di una miglior convivenza tra persone con bisogni e caratteristiche profondamente diverse. Occorrerà inoltre moltiplicare gli ambienti specificamente dedicati alle persone con demenza (attualmente i reparti appositi sono 15, per un totale di circa 200 posti). Infine risulta che ad essere più gradite sono le case per anziani né troppo grandi né troppo piccole, cioè con un’ottantina di posti. Un dato, quest’ultimo, già preso in considerazione per la pianificazione cantonale fino al 2020, tenuto conto che attualmente il 50% delle case dispone di 70-100 posti per cui corrisponde già a questo desiderio, mentre il 38% sono più piccole e 7 hanno oltre un centinaio di posti.
I risultati dell’inchiesta, già presentati nelle singole strutture, saranno discussi giovedì pomeriggio a Sant’Antonino con gli operatori del settore. «C’è grande volontà di dialogo e di mettersi in gioco per farse sempre meglio» assicura il direttore del DSS.