Cronaca - 05.10.2012
I Comuni ticinesi sono ora riuniti in un’unica Associazione. Con le assemblee di ieri sera, la CORETI (Comuni e regioni di montagna ticinesi) e l’ACUTI (Associazione Comuni Urbani ticinesi) si sono aggregate in una nuova associazione unica che riunisce 117 Comuni su 147.
Come mai ci si unisce
Le due precedenti associazioni erano nate rispettivamente nel 1954 e nel 1980. Negli ultimi anni tuttavia l’uscita di Lugano, Mendrisio, Chiasso, Massagno e altri comuni aveva de facto svuotato l’ACUTI di molta della sua capacità di rappresentare la parte urbana del Cantone. D’altra parte con le aggregazioni anche i Comuni rurali conoscono un sostanziale cambiamento della loro natura. Dalle due parti è quindi nata l’intenzione di “unire le forze”, e questo malgrado l’assenza degli attori principali, e la nascita degli enti regionali di sviluppo, che soprattutto nel Luganese hanno espresso l’intenzione di rappresentare i Comuni.
I compiti della nuova associazione
La nuova Associazione per i Comuni ticinesi (ACT) ha per scopo quello di sostenere i Comuni soprattutto nei loro rapporti con il Cantone. Ciò nello spirito di garantire agli stessi il rispetto delle loro esigenze, anche particolari, a livello regionale. Al centro dell’attenzione della stessa vi saranno i compiti istituzionali degli Enti locali: i Comuni che ne sono membri avranno anche la facoltà di creare gruppi ad hoc per la risoluzione di problemi o la rappresentanza di interessi particolari.
Il nuovo presidente
A nuovo presidente è stato eletto il sindaco di Sementina Riccardo Calastri. Lo stesso sarà accompagnato da un comitato con altrer 14 persone. Nel suo discorso Calastri ha subito voluto mettere l’accento sui rapporti con il Cantone, chiedendo più rispetto: «Mercoledì scorso, invece, oltre a caricarci di 20 milioni, dal Cantone è pure giunta la decisione di professionalizzare i presidenti delle Commissioni tutorie e la pretesa che le polizie comunali siano in servizio 24 ore su 24. Tutti costi su cui nessuno ci ha interpellato». Una linea ripresa da Mario Branda, sindaco di Bellinzona, che ha proposto una risoluzione, votata all’unanimità, che chiede al Cantone che i 20 milioni siano ripartiti tenendo conto non della popolazione ma della forza finanziaria del Cantone. Giovanni Cossi, sindaco di Vernate, da parte sua ha infine chiesto un ruolo pro-attivo nel riscatto delle azioni della Sopracenerina.
Di seguito le opinioni dei sindaci di Lugano e Bellinzona
Giorgio Giudici: Secondo noi non serve. Ecco il perché
Ritengo questo tipo di associazionismo tra enti pubblici da tempo superato. I problemi che stiamo vivendo come amministratori pubblici, sempre più legati agli importanti mutamenti che toccano il mondo finanziario, la mobilità e la socialità, impongono a mio giudizio la creazione di tavoli di lavoro mirati tra i livelli istituzionali cui tocca trovare le giuste soluzioni. Non è più il tempo delle discussioni e consultazioni e delle lungaggini varie che hanno da sempre condizionato la gestione del territorio del nostro Cantone. Finito il tempo in cui si poteva contare sulle regie federali per i posti di lavoro, su un turismo di affezionati che tornano ogni anno ecc. ecc, ora i Comuni che ne hanno le capacità e le risorse devono concorrere a garantire alla popolazione quel benessere conquistato progressivamente a partire dagli anni 60. In particolare è ingenuo pensare che tutti i Comuni debbano per forza agire lungo una stessa linea all’indirizzo del partner cantonale; errato è pure pensare di dover conciliare per forza gli interessi di tutti a favore di una linea comune, come accadde ad esempio per il patto intercomunale che sta alla base dell’attuale Legge della perequazione finanziaria. Vi sono oggi altri e più importanti obiettivi di interesse pubblico.
È innegabile ad esempio che i poli, o diciamo pure le città, debbano poter contare su un loro tavolo di relazione diretta con il Governo cantonale. La dimensione dei problemi a livello degli agglomerati urbani e dei loro centri è infatti in tutta evidenza radicalmente opposta a quella di altri contesti più ristretti o discosti. Se è vero che grazie alle aggregazioni il numero dei Comuni si è notevolmente ridotto, esiste ancora in Ticino un numero di enti locali tale da impedire l’adozione di strategie comuni, in particolare per quanto concerne le azioni di sviluppo territoriale, esigenza prima del processo di gestione pubblica da tempo in atto a Lugano.
Ci opponiamo dunque ad un sistema fisso di relazioni tra i livelli istituzionali del Cantone e dei Comuni (senza dimenticare quello degli agglomerati di cui nessuno vuol parlare veramente) che serva solo a legittimare processi di consultazione prettamente formali. Il tentativo fatto con la creazione della piattaforma Cantone-Comuni non ha dato per me risultati soddisfacenti in quanto la trattazione dei problemi, inevitabilmente complessi, non avviene secondo le giuste modalità e, ancora una volta, è caratterizzata da discorsi con partner tra loro profondamente differenziati.
Con il massimo rispetto per tutti, in particolare dei miei colleghi Sindaci, Lugano vuole che anche la relazione Comune-Cantone sia modernizzata e mirata alla trattazione con efficienza ed efficacia dei problemi più importanti. Come, per fare qualche esempio, la crisi del settore bancario luganese, la situazione di Alptransit e dell’aeroporto di Lugano Agno, indipendentemente dal peso delle decisioni che prende o deve prendere Berna. È anche tempo di accorgersi che il patto stipulato 40 anni fa per la perequazione intercomunale va rivisto ora (!), per non penalizzare l’azione di chi, come Lugano, è in effetti una locomotiva che tira a favore di tutto il Cantone e spazia nella sua azione dall’investimento nello sport sino ai programmi occupazionali, dei quali direttamente, o per indotto, beneficia una regione intera se non l’intero Cantone. Non ho la soluzione in tasca, ma sono certo che con i colleghi di Mendrisio e Chiasso sapremo instaurare con il Consiglio di Stato utili modalità di lavoro.
Mario Branda: Noi ci stiamo. Le ragioni di un'adesione
Bellinzona aderisce con convinzione alla neonata Associazione dei Comuni Ticinesi sostanzialmente per due motivi. Da una parte è importante che ci sia un solido interlocutore istituzionale nei confronti del Cantone, rappresentativo delle molte realtà locali, un’organizzazione forte e possibilmente coesa che possa confrontarsi alla pari con l’autorità amministrativa superiore sull’attribuzione e ripartizione di compiti, oneri, competenze e gestione delle risorse, aspetti che in questi anni hanno fatto registrare piccoli e grandi contrasti, quasi sempre a sfavore dei Comuni. Dall’altra, la confluenza tra Acuti e Coreti nella nuova Associazione offre ai Comuni, senza distinzioni geografiche, demografiche o di capacità finanziaria, la possibilità di stabilire una piattaforma di discussione coordinata su temi e problematiche condivise, generali o specifiche, delle amministrazioni locali. Sul tavolo si metteranno insomma i dossier da affrontare, si selezioneranno le priorità d’azione, ci si confronterà sulle rispettive esperienze e si proporranno soluzioni condivise. Non solo relativamente alla ripartizione dei compiti istituzionali e sul confronto con il Cantone, ma a mio parere anche su tematiche che riguardano lo sviluppo, quali ad esempio le aggregazioni, la pianificazione urbanistica e viaria del territorio, le infrastrutture, la socialità o l’ordine pubblico. Il dialogo, sempre nel rispetto dei propri ruoli istituzionali e peculiarità territoriali, è comunque fonte di crescita. Un dialogo però costruttivo, non fine a se stesso. Lo stiamo verificando positivamente nella nuova fase dell’aggregazione del Bellinzonese, che sfocerà presto in un’istanza al Consiglio di Stato: ci si riunisce, ogni Comune ha la possibilità di portare il proprio contributo, quindi si decide e si procede nella stessa direzione. Chi non è d’accordo, può sempre fermarsi. E lo stesso modello di partecipazione condivisa può essere un riferimento operativo anche per l’unificata Associazione dei Comuni.