Mondo - 13.10.2012
Ha suscitato accese discussioni, ieri, l’assegnazione del premio Nobel per la Pace all’Unione Europea. La motivazione della statuetta, hanno detto da Oslo, è il riconoscimento tardivo dell’importante ruolo di unificazione pacifica del continente avuto dopo la Seconda Guerra Mondiale. «L’UE ha contribuito all’avanzamento della pace e della riconciliazione, della democrazia e dei diritti umani in Europa», si legge nelle motivazioni del Comitato secondo cui «la Caduta del Muro ha reso possibile l’ingresso dei Paesi dell’Europa centrale e orientale, così come la riconciliazione nei Balcani e il possibile ingresso della Turchia rappresentano un passo verso la democrazia». Certo, sessant’anni di pace sono un periodo lungo, e c’è da ringraziare. «Un premio per tutti i 500 milioni di cittadini», hanno detto ieri all’unisono il presidente della Commissione UE, José Manuel Barroso, e quello del Parlamento europeo, Martin Schulz. Un riconoscimento finalmente concreto ad un cammino che ha regalato 67 anni privi di conflitti al continente che senza conflitti non era mai stato dai tempi di Cromagnon. Il Nobel è un richiamo importante. Uno spot che, per dirla con Barroso, invita a tenerci cara l’UE che è «un bene prezioso, per tutti, dentro e fuori l’Europa». Eppure, qualche nota stonata c’è-
Un Nobel al passato...
Perché ad oggi l’UE è percepita dai suoi cittadini come un’entità vaga, distante dal sentire comune. Sono in molti, ieri, ad averla pensata così. Basti pensare al Nobel polacco Lech Walesa (vinse il premio nel 1983), che ieri ha tuonato: «Certo, l’UE tenta di cambiare l’Europa in modo pacifico, ma si fa pagare per questo». E del resto, pensando a Bruxelles, è difficile non guardare agli ultimi anni. È difficile accogliere con favore il premio di un’istituzione che si è rivelata incapace di far fronte e arginare la crisi economica che, partita con la bolla dei mutui subprime americani, ha contagiato i Paesi dell’Eurozona fino a incancrenirsi in una recessione che sta portando la disoccupazione a livelli da record e le imprese ad andare a gambe all’aria. Dopo aver a lungo temporeggiato senza prendere decisioni forti, Bruxelles si è diviso in un braccio di ferro tra i Paesi a rischio default (i cosiddetti Pigs) e i “fortissimi” guidati dalla cancelliera tedesca Angela Merkel. Un braccio di ferro che non è ancora finito e le cui conseguenze hanno trascinato la Grecia nel baratro e esposto pericolosamente la Spagna, Italia e Portogallo al rischio default. Insomma, quello di ieri è un Nobel dato alla carriera. Nella speranza che ci sia una nuova – e bella – storia da riscrivere.