Catholica - 18.10.2012
La Primavera araba così foriera di speranze manda in realtà segnali allarmanti riguardo alla situazione dei cristiani in quelle terre. Questo dato si evince dal Rapporto sulla libertà religiosa 2012 pubblicato da Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACCS) e presentato ieri a Lucerna dal ticinese Roberto Simona di ACCS. Analizzando i principali avvenimenti del 2011 e della prima metà del 2012, il volume riporta la situazione della libertà religiosa in 196 Paesi, avvalendosi di fonti locali e di diverse pubblicazioni. Il numero delle violazioni nel mondo di questo che è un diritto fondamentale, pure restando stabili, registrano soprattutto forme sempre più violente di espressione e il fenomeno tende ad estendersi geograficamente. In particolare sorgono preoccupazioni per paesi come la Libia, la Tunisia, l’Egitto e la Siria, i paesi della Primavera araba. In Egitto recentemente si è verificato l’arresto di 8 bambini copti accusati di profanazione di fogli di carta contenenti versetti del Corano. L’estremismo fondamentalista colpisce anche l’Africa, che attualmente è il Continente con la maggior percentuale di crescita di cristiani: Congo, Kenya, Mali, Nigeria (il paese africano più colpito a causa della presenza del gruppo di Boko Haram che ha compiuto attacchi e stragi contro cristiani e musulmani), Ciad e anche la Tanzania (paese noto fino a poco tempo fa per una pacifica convivenza). Violenze di gruppi fondamentalisti si registrano anche in Sudan, Eritrea e Somalia. In Asia, sono note le restrizioni alla libertà religiosa che si hanno in Pakistan e Afganistan. L’isola filippina di Mindanao è un altra zona calda dell’Asia, mentre in India è lunghissima la lista delle violazioni contro i cristiani, in questo caso da parte degli estremisti indù: 170 attacchi di grave o media entità nel solo 2011. Un altro aspetto è dato dalle violazioni alla libertà religiosa di natura statale (Cina, Vietnam, Birmania, Nord Corea, Venezuela).
Roberto Simona, qual è l’andamento generale che il Rapporto 2012 mette in luce circa la libertà religiosa? Ci può fare due esempi: uno di un Paese dove la libertà religiosa sta conquistando o riconquistando in questi anni terreno e uno di segno opposto?
L’impressione generale è che la situazione sia stagnante. Lo scorso biennio abbiamo fornito il dato, confermato anche da altri osservatori, che vi sono 4,9 miliardi di persone al mondo che non vedono rispettato il loro diritto alla libertà religiosa. Oggi questo dato può essere riaffermato senza significative modifiche. Quello che si osserva, invece, è la recrudescenza della violenza. Basti pensare agli attentati che con pesante regolarità, subiscono i cristiani della Nigeria o quelli del Kenia. Luoghi, dove invece, si aprono spiragli di speranza sono paradossalmente l’Arabia Saudita dove la libertà religiosa è negata praticamente a tutti: anche agli stessi musulmani, perfino agli stessi sunniti che appartengono alla confessione di maggioranza! Ebbene, in questa chiusissima realtà, monarchia e autorità governative hanno proibito le preghiere contro i cristiani nelle moschee. Mentre negli Emirati Arabi nei due anni appena trascorsi sono state costruite alcune chiese cristiane. Si tratta di passi importanti! Di segno opposto invece, la situazione in Mali, terra in passato di pacifiche convivenze e di rispetto, dove la situazione politica si è deteriorata a causa degli sconvolgimenti derivati dal Colpo di Stato militare del marzo 2012 e dal tentativo secessionista in atto nel Nord. Sul Paese oggi, aleggia da parte di gruppi islamici integralisti, la concreta minaccia di estendere la shari’a su tutto il territorio nazionale.
Grazie al lavoro dei mass media è stato possibile squarciare almeno in parte in questi ultimi anni, il velo che avvolgeva la persecuzione religiosa, arrivando a quantificarla e a localizzarla entro i suoi confini geografici. A che punto siamo invece, con la libertà religiosa?
Credo che, in generale, la gente cominci ad essere più sensibile anche al problema della libertà religiosa. Accanto al Rapporto di “Aiuto alla Chiesa Che Soffre” ve ne sono anche diversi altri -quello edito dal Dipartimento di Stato americano, per esempio- che presentano lo stato di questo diritto nel mondo. Anche Amnesty International e Human Rights Watch ne parlano spesso, nonostante la libertà religiosa non rappresenti il loro obiettivo principale. E numerosi nascono anche in rete, i forum di riflessione dedicati a questo tema. Anche se è innegabile che oggi faccia più notizia la persecuzione, che è la faccia più drammatica e più brutale della libertà religiosa. Inoltre, la libertà religiosa è anche più difficile sia da presentare che da affrontare sul terreno, con un concreto programma di sviluppo. La libertà religiosa è un processo. Un lento cammino che porta ad accettare il fatto che chi è diverso da te ha tutto il diritto di esserlo e che tu hai il dovere di accettarlo. Questo è un principio che richiede tempo, educazione, rispetto e pazienza. E’ per questa ragione che la libertà religiosa resta ancora un tema un po’ controverso. Basta pensare al nostro Paese, la Svizzera, dove un gran numero di persone resta convinto che la libertà religiosa vada sì concessa, ma solo a determinate condizioni …
E’ corretto vedere la persecuzione come la forma estrema della negazione della libertà religiosa?
Vi sono molte forme dolorose di limitazione della libertà religiosa anche senza arrivare a dover temere per la propria vita e a sentirla minacciata. In Egitto, un cristiano copto non potrà mai frequentare determinate scuole o sposare una musulmana perché l’islam glielo impedisce a meno che non si converta. E queste sono limitazione dolorose.
In molti dei conflitti attualmente in atto, la religione sembra giocare un ruolo importante. Tanto da divenire in molti casi motivo di scontro, piuttosto che risorsa per risolvere un conflitto. Perché accade questo?
Il problema nasce quando la religione è troppo legata al potere politico. In Asia centrale per esempio - regione formata da cinque Paesi dell’ex Unione sovietica - i politici al potere fanno parte di quella generazione che è cresciuta con un’educazione atea. Oggi queste persone si trovano a doversi confrontare con la realtà di un Paese profondamente diverso. Per loro la religione rappresenta una minaccia e per questo cercano di controllarla in tutti i modi cercando di porre sotto il loro controllo i luoghi di culto, le attività che vi si svolgono ecc. In Tagikistan, per esempio, la gente non può frequentare corsi non autorizzati dal governo. Oggi, nelle prigioni dell’Uzbekistan vi sono oltre 7 mila persone condannate per motivi religiosi, la maggioranza dei quali musulmani, ma anche cristiani appartenenti a nuove confessioni. Più il governo mostra il pugno di ferro e perseguita i fedeli, più cresce la pressione sociale in un circolo vizioso che porta ad una violenza sempre maggiore. E qui ben si comprende come all’origine del problema non vi sia una questione religiosa ma una errata interpretazione di un fenomeno politico.
E’ vero che sta aumentando l’intolleranza religiosa?
E’ la componente religiosa ad aver assunto, nel corso degli ultimi 20 anni, un’importanza sempre maggiore. Questioni economiche o politiche oggi tendono sempre ad assumere connotazioni religiose. Pensiamo al Pakistan, per esempio, dove se un musulmano ha un problema con il suo vicino cristiano, per motivi legati a un terreno o a qualsiasi altra questione di natura pratica, ha la facoltà di denunciarlo per blasfemia, ossia per oltraggio alla religione con conseguenze pesantissime per il cristiano. In passato simili notizie non giungevano sino a noi. Non è che non succedessero, ma semplicemente le ignoravamo. Oggi, non solo ne veniamo a conoscenza ma lo facciamo in società profondamente cambiate. Basti pensare che oggi in Svizzera viviamo fianco a fianco con 400mila musulmani, in Francia è il 10% della popolazione ad essere musulmano, mentre in Italia i musulmani solo oltre 1 milione e 200 mila. Insomma, viviamo fianco a fianco a minoranze forti e visibili che creano relazioni nuove tra i cittadini. E, accade, che la gente viva i conflitti - quelli vicini come quelli a distanza - con una sensibilità diversa e, in ultima analisi, anche con minor tolleranza.