Commento - 23.07.2012

Che fa Quel profondo infinito?
di Claudio Mésoniat

Nelle scorse settimane si è svolta, su questo giornale, una discussione sul tema della ragione e della fede che ha visto coinvolte, con chi scrive, alcune personalità della cultura ticinese, prendendo spunto da un articolo pubblicato in precedenza su “laRegione”. Voglio tornare sulla questione per cercare di esprimermi in modo più chiaro e possibilmente compiuto. La ritengo infatti una questione di assoluta importanza, per il futuro stesso dell’uomo contemporaneo. Più importante, ne sono certo, di quanto non lo siano la pace nel mondo o la natura dei diversi poteri che guidano i popoli, anche perché senza una ragione capace di verità sull’uomo la pace e il buon governo si corrompono presto nei propri contrari.
Se la questione non fosse oggi decisiva, del resto, ci sarebbe da chiedersi perché l’attuale Pontefice Benedetto XVI si ostini a riproporla quasi in ogni suo intervento di rilievo, ovunque avvenga e in qualunque circostanza. Ricordate il continuo richiamo di papa Ratzinger all’unità di ragione e fede, il suo incessante appello ad “allargare la ragione”? Questo mi incoraggia a tornarci sopra, perché non si tratta di una questione accademica (metafisica o antimetafisica) per addetti alla filosofia o alla teologia. C’è di mezzo, invece, la radice di due questioni capitali come l’integrità umana dell’uomo contemporaneo e l’interesse per la proposta cristiana. O, se volete, in termini negativi: il disorientamento e l’infelicità dell’uomo contemporaneo e la caduta di interesse e di attrattiva che il cristianesimo (in Occidente!) sta registrando da decenni.
Partiamo dai termini. La ragione è lo strumento che fa emergere l’uomo al centro del cosmo come punto della realtà in cui essa prende coscienza di sé. La ragione punta ad afferrare tutti i fattori della realtà, della natura, delle sue leggi e non può permettersi di ignorare il fattore più importante, per quanto esso resti un enigma: il significato di tutto, delle cose come di me stesso. Esso si esprime nelle domande: chi ha voluto e fatto tutto? Che destino ha l’universo? E che destino ha la mia vita? Perché sono stato voluto? Certo, la ragione non riesce, da sola, a dare un volto a questa origine e a questo destino. Ma queste domande, e la ricerca incrollabile che ne deriva, sono il punto più alto della ragione umana (Un “ateo militante”, Leopardi, le esprimeva così: E quando miro in cielo arder le stelle; / Dico fra me pensando: /A che tante facelle? / Che fa l’aria infinita, e quel profondo / Infinito seren? che vuol dir questa / Solitudine immensa? ed io che sono?). Le risposte che l’uomo ha tentato e tenta, le grandi religioni, hanno tutte un carattere di nobiltà; quelle “religioni della storia” che sono state le ideologie del XX secolo, hanno invece costruito i loro (funesti) tentativi sulla negazione di quelle domande, affermando l’uomo come dio di se stesso capace di ricreare la realtà. Anche lo scientismo (non la scienza!) ha la stessa matrice ideologica.
È decisivo cogliere che questa ricerca del significato, culmine e scopo stesso della ragione, è collegata alle esigenze più profonde dell’umanità di ogni essere umano, quelle di verità, di giustizia, di bellezza, sinteticamente di felicità. Esigenze, a loro volta, aperte alla totalità, a un “sempre di più” che usiamo chiamare “infinito”. Quando parliamo di ragione stiamo dunque parlando del grande e decisivo strumento di cui l’uomo è dotato per perseguire e possibilmente raggiungere la propria felicità. Qui e ora, su questa terra, non nell’aldilà. Come si può dire all’uomo che tale ricerca è inutile, vana, e che lo strumento più nobile della sua natura è inservibile a tale scopo? Raggiungibile o meno esso sia, tale ricerca è il compito fondamentale di una ragione che non sia amputata e ridotta arbitrariamente ad alcune soltanto delle sue funzioni. Nella cultura occidentale contemporanea si tende invece a esaurire la ragione al solo metodo scientifico di conoscenza. Ciò che non è misurabile e riproducibile non rientra nelle conoscenze autentiche e certe della ragione umana. Niente di più gravemente erroneo. Come acquisisco, ad esempio, la certezza che il minestrone che mia madre mi porta in tavola non sia avvelenato? Portandone un campione da esaminare al laboratorio chimico? No, evidentemente. Intingo il cucchiaio nella minestra senza patemi perché ho la certezza che quella persona non voglia il mio male e che sappia quel che fa; certezza che ho acquisita attraverso una serie di indizi concreti raccolti nel tempo. Questa certezza è una forma di conoscenza pienamente ragionevole. Ed è la stessa che mi permette di acquisire una miriade di conoscenze che non dovrò certamente verificare con il metodo scientifico. Altrimenti, il percorso della ragione sarebbe rovinosamente accidentato e nessuna civiltà sarebbe mai sorta nella storia.
Dobbiamo dunque fare i conti con convinzioni entrate ormai nella mentalità comune a partire da opzioni precise fatte nella modernità da influenti pensatori. Non occorre più citare i nomi di scuole come il positivismo o lo scientismo, perché il pane spezzato dai loro adepti è ormai sulla tavola di noi tutti.
Anche per questo, per citare solo una piccola conseguenza, la religione è vieppiù osteggiata quale materia di insegnamento scolastico: non c’entra -si pensa, magari senza dirlo- con la ragione e la vera conoscenza: quindi perché mantenerla tra le discipline scolastiche? Ma la questione “ora di religione” è solo un sintomo di una patologia educativa molto grave: anziché aprire la mente dei giovani alla ricerca del senso della vita, al fascino della felicità, all’attrattiva dell’infinito, si anestetizza il loro senso religioso, dichiarando preventivamente inutile e comunque estranea alla ragione ogni sua domanda e ricerca (perché non “scientifica”), e così si infragilisce la loro umanità, rendendola più facilmente preda manipolabile di ogni potere (economico, sociale, politico e anche famigliare).
Ecco anche perché una delle menti più lucide del nostro tempo, Benedetto XVI, non cessa di invitare ad “allargare la ragione”. Si tratta infatti di riportarla alla sua vera natura, alla sua curiosità aperta a 360 gradi, alle sue vie molteplici di conoscenza, da quella logica a quella scientifica, a quella che abbiamo descritto come acquisizione di certezze ragionevoli tramite la fiducia in un teste noto e affidabile. Altrimenti, la questione religiosa, la questione di Dio, resterà oggetto di forme irrazionali di conoscenza (del “sentimento”), appannaggio di “spiriti inquieti”, “persone sensibili”, “psicologie fragili” e così via. Insomma, una spaccatura verticale dell’uomo in ragione e sentimento, la prima costretta a tacere sul senso della vita, il secondo, abbandonato a se stesso e ridotto a un groviglio di pulsioni ed emozioni, investito del compito di trovare risposte alle domande essenziali della vita.
Affronteremo domani la natura della fede e il suo rapporto indissolubile con la ragione.