Commento - 24.07.2012

La verità è un uomo presente
di Claudio Mésoniat

«I ragazzi abbandonano la Chiesa perché si annoiano. E dire che il cristianesimo è noioso è l’accusa peggiore che si possa rivolgere ai cristiani: si può dire di tutto, ma non che sia noioso! Se siamo riusciti a sminuire il cristianesimo riducendolo dal livello dell’essere e della lotta per l’essere a quello della mera ordinarietà... questa è senz’altro un’accusa terribile; ma non è rivolta ai ragazzi che abbandonano la Chiesa, bensì a chi ci rimane». Sono parole di Tat’jana Kasatkina, una grande studiosa russa di Dostoevskij. Al lettore che mi ha seguito ieri su questa colonna a proposito di cosa sia la grande avventura della ragione umana, chiedo un altro sforzo (ma nella “lotta” decisiva della vita val la pena investire tempo e intelletto) per entrare nel campo della fede, che a sua volta è come il fiore che sboccia al margine estremo del percorso della ragione. Lo scopo di queste mie righe è anche quello, appunto, di capire il perché di questa caduta della proposta cristiana nell’“ordinario”, nel risaputo, nel “noioso” (aggiungo: in quanto, alla fin fine, ridotta a morale).
La ragione, abbiamo visto, giunge, se usata fino in fondo, alla soglia di un quid enigmatico che sia risposta alle sue domande ultime (Chi sono? Chi mi ha fatto? A cosa sono destinato, io come tutto l’universo?) e dunque alla sua ricerca inesausta di verità (quindi di bellezza, di felicità). La ragione postula, capisce l’esistenza del Mistero, di un Dio. Ma non può, da sola, conoscerne il volto. È qui che interviene l’iniziativa del Mistero stesso, che decide di entrare nella storia, in un suo punto preciso, e rendersi umanamente incontrabile e perciò conoscibile all’uomo, in modo iniziale ma concreto. Si chiama rivelazione. Non si tratta dunque di un pensiero, del frutto di un percorso intellettuale, di una immaginazione dell’uomo. Si tratta anzitutto e fondamentalmente di un incontro umano imprevisto, imprevedibile (qui sta la Grazia). Per coglierne la dinamica occorre rifarsi al Vangelo.
Il Vangelo, ci accorgiamo, è tutto intessuto di semplici incontri, anche se a volte drammatici (come quello dell’adultera, o dei malati guariti, o del ladrone crocifisso accanto a Gesù). Osserviamo il primo di questi incontri, descritto all’inizio del Vangelo di Giovanni. Due uomini, Giovanni stesso e Andrea, vengono indotti dal Battista a seguire quest’uomo sconosciuto che, vedendoli dietro di sé, si gira, li guarda e li invita a casa sua. Restano con lui tutto un pomeriggio e la sera diranno ai parenti e agli amici: abbiamo incontrato il Messia. Cos’è accaduto? L’hanno guardato parlare durante qualche ora e si sono sentiti guardati in un certo modo; hanno fatto un’esperienza, eccezionale ma chiara: stando con quell’uomo hanno sperimentato presente la risposta alle domande e alle esigenze più profonde e decisive della loro umanità. Qualcosa di straordinario e nello stesso tempo corrispondente alla loro sete di verità e di felicità era dentro l’umanità stessa di quell’uomo. Sempre Giovanni, infatti, parla, aprendo quella pagina, del “Verbo che si è fatto carne”. Ossia: la verità stessa (insieme alla bellezza, alla giustizia e alla felicità) è diventata un uomo. Accusare il colpo fu la prima “operazione” (in fondo passiva) della loro ragione, che si sentì esaudita nel profondo delle proprie esigenze. La seconda sarà l’identificazione di quell’uomo. Richiederà del tempo, passato in sua compagnia. E solo dopo molte “prove” (dubbi, dialoghi, errori, eventi prodigiosi: tutti oggetti di ragione) diventerà una certezza, che continuerà a consolidarsi. Quale? Che la spiegazione più ragionevole di chi fosse quel Gesù era quella che lui stesso dava di sé, man mano che la famigliarità e la confidenza con i suoi amici cresceva e man mano che “l’opinione pubblica” ne conosceva le imprese: che fosse Dio. Ricordate quanto dicevamo a proposito della ragione che conosce attraverso il testimone credibile e affidabile? L’operazione, qui, è dello stesso tipo. È la ragione (ancora con l’aiuto della Grazia, come insegna il Catechismo) che, accusato il primo contraccolpo, riconosce, come Cristo afferma, che in lui, uomo, è presente la divinità: è la spiegazione più ragionevole (cui gli eventi successivi daranno ulteriore documentazione) di quella eccezionalità. La fede è questo: riconoscere che in quell’uomo è presente il Mistero, che Cristo è Dio. Lo scrivo al presente, e dirò subito il perché. Registriamo comunque che molti lo videro e passarono oltre e che alcuni presentirono e forse capirono la sua divinità, ma gli voltarono le spalle. Qui entra in scena la libertà, ma è un’altra questione.
La nostra questione -la profonda unità di ragione e fede- è a buon punto. Ma resta una domanda, capitale. Come è possibile oggi, non avendo Gesù in carne ed ossa davanti a noi, incontrarlo e riconoscere la sua divinità come risposta alla nostra ricerca della verità? È possibile, esattamente come duemila anni fa, perché Cristo risorto continua, di generazione in generazione, ad essere presente nel suo corpo che si chiama Chiesa. Lì, in mezzo a tutta la pochezza disastrosa (umana!) dei cristiani, è possibile incontrare quell’umanità che affascina e corrisponde al proprio cuore (nella Bibbia sinonimo di ragione); ed è possibile riconoscere che è il Mistero presente in tale umanità che la trasforma e la rende attraente. Si tratterà di persone, di momenti di persone, di pezzi del Suo popolo (comunità parrocchiali, famiglie, movimenti, ecc.). Ma se si aprono gli occhi l’incontro con Lui è sempre possibile, anche oggi.
Se questo è il percorso della ragione e della fede, si può assicurare (lo posso anch’io) che la vita diventa un’avventura affascinate (e lieta in mezzo alle traversie). Un’avventura sempre nuova e inesausta di ricerca del Significato presente non solo nel suo popolo ma in tutta la realtà. Tutto il contrario della noia. È invece l’esplosione della curiosità e della passione per la realtà. Perché la fede non si ferma al primo incontro e al primo riconoscimento ma continua ad approfondirsi da incontro a incontro, da avvenimento a avvenimento, secondo un disegno che non conosciamo e che riempie le giornate di una imprevedibile festa. E la ragione si apre sempre di più e diventa sempre più affamata e assetata di quel suo oggetto che è la verità, che è il senso della vita, che è il Mistero. Che conoscerà faccia a faccia solo nella vita definitiva.