Commento - 18.08.2012
Primo caso. C’erano delle lacune nelle indagini, quindi il processo è stato interrotto e per un mese si è dovuto attendere una nuova udienza e il verdetto. Secondo caso: mancava il passaporto dell’imputato e quindi il processo è stato rinviato ancora prima di iniziarlo. Terzo caso (è di ieri, si legga a pagina 5): il giudice non ha concordato sulla composizione della giuria e, mancando i giurati, il processo non si è potuto svolgere. Sono tre episodi della nostra cronaca giudiziaria accaduti a distanza di pochissime settimane davanti alla nostra Corte giudicante. Tre processi “regolarmente” aperti, con la presenza della stampa a riferirne per il “pubblico”, con gli avvocati delle parti e tutto quanto serve in simili dibattimenti per giungere ad un giudizio, ad una sentenza. Ma sul più bello, per quei cavilli giuridici che dovrebbero essere valutati con anticipo dalla corte in particolare, il tutto viene sospeso, rinviato. Tre indizi, come recita la vulgata popolare e per rimanere in tema, fanno una prova. E qui la prova è che qualcosa non abbia funzionato nel nostro sistema giudiziario. Certo, abbiamo costruito un sistema complicato, che però è funzionale ad accordare la massima garanzia ed equità nello svolgimento dei processi. Un sistema comunque codificato. Ma se questo sistema non viene correttamente applicato ecco che nascono problemi, che succedono inghippi. Con quale risultato? Che i processi vengono rinviati ancora prima di iniziare; che i “furbi” riusciranno a trovare – certo, all’interno delle facoltà concesse dalle legge – mille scappatoie. Soprattutto, però, si ingenera nel cittadino il sospetto che la nostra magistratura si trovi a mal partito. E non è, questa, la migliore immagine che la giustizia deve proporre di sé ai cittadini. Troppo frettolosi per un richiamo all’ordine? Forse sì, ma è meglio correre ai ripari quando si è ancora in tempo. Ne va della credibilità di uno dei poteri che fanno funzionare – e bene – la nostra società.