Commento - 13.10.2012

Un premio Nobel tra luci e ombre
di Bernardo Cervellera

<+firma_chiaro>di <+firma>Bernardo Cervellera
<+tondo_comm>Il premio Nobel per la Pace assegnato ieri all’Unione Europea è un premio meritato solo a metà perché nella storia dell’UE vi sono coni d’ombra oltre che sprazzi di luce.
Il capo del Comitato del Nobel, Thorbørn Jagland ha dichiarato che il premio viene assegnato all’UE per l’impegno trasfuso nel «trasformare la maggior parte dell’Europa da un continente di guerra a un continente di pace». L’onorificenza cade proprio in un momento in cui molte frange della popolazione europea sono inquiete per le scelte economiche dei loro capi, succubi del pugno di ferro economico dell’Europa.
Jagland si è affrettato a precisare che il premio è assegnato anche perché l’UE ha contribuito per «sei decenni al progresso della pace e della riconciliazione, della democrazia e dei diritti umani in Europa».
Ma anche per questo aspetto, forse, l’Europa dovrebbe rammentare e battersi il petto per la lentezza e l’immobilità con cui si è mossa davanti ai massacri della Bosnia, o alla superficialità con cui è intervenuta nel Kosovo. E in più, dovrebbe ricordare gli imbarazzanti –almeno per noi cattolici e per gli uomini di buona volontà– atteggiamenti dell’UE nel lanciare le sue campagne “anti-discriminatorie” in difesa delle unioni di fatto; dei diritti sulla salute riproduttiva (che spesso sottintendono anche l’aborto); del Vaticano accusato di “discriminazioni” sul sacerdozio alle donne; delle vocazioni monastiche sospettate di “lavaggio del cervello”.
Certo, lo staff e la leadership dell’UE sono felici per il riconoscimento. Manuel Barroso, presidente della Commissione europea, ha dichiarato che «l’UE è qualcosa di molto prezioso per il bene degli europei e del mondo». È anche vero che i rapporti politici ed economici dell’UE con il resto del mondo diffondono sensibilità sui diritti umani e sulla libertà religiosa. Il lavoro ai fianchi della Turchia, per spingerla a rispettare le minoranze religiose, come condizione per la sua entrata nell’Unione, è stato spesso lodato dal Patriarcato ecumenico di Costantinopoli. Da apprezzare anche l’impegno dell’Europa in Asia centrale, dove si domanda ai leader post-comunisti di rispettare i diritti umani e le opinioni delle opposizioni, condizionando a tali miglioramenti i rapporti economici. Allo stesso tempo, bisogna registrare la timidezza con cui queste “condizioni” vengono poste al gigante cinese, che continua imperterrito ad arrestare monaci tibetani e vescovi cattolici, dissidenti democratici e artisti. E va anche detto che la lista dei diritti umani della UE non è solo quella della Carta dell’ONU, ma anche quella dei “diritti” di medicina e di salute riproduttiva, frutto di scelte ideologiche e anti-religiose.
In qualche modo, questo premio Nobel per la Pace è controverso come quello dato a Barack Obama tre anni fa, a lui assegnato in base “all’intenzione” di fare qualcosa per il Medio Oriente e per il problema israelo-palestinese: un’intenzione a cui non è seguita alcuna azione; anzi, è avvenuto il boicottaggio del riconoscimento della Palestina come membro dell’ONU.
Forse anche il Nobel di quest’anno è a favore di Obama. In fondo, il suo concorrente, Mitt Romney, ha promesso il pugno duro verso Pechino e un maggior interventismo nel Medio Oriente. Ma questa non è la politica voluta dall’UE. Che esaltare il lavoro “per la pace” dell’UE sia un modo per suggerire: «Votate Obama?».