Commento - 29.10.2012

Un compito che sembra impossibile
di Claudio Mésoniat

Un programmatore informatico che la mattina se ne va in azienda; una donna di casa che si mette a stirare; un croupier che -un po’ inquieto, di questi tempi...- sta per lanciare la pallina nella roulette; un consigliere comunale alle prese col piano regolatore; uno studente che si incammina pensieroso verso la sua scuola; un avvocato che si accinge a varcare l’aula di un processo penale; un infermiere che al fianco del primario si prepara alla visita mattutina in reparto; e un ansioso paziente, dentro la stanza, che attende la diagnosi. Riusciamo a immaginare che siano loro -oso dire principalmente- la Chiesa? Che siano loro i protagonisti della “trasmissione della fede”, della “nuova evangelizzazione” e persino della missione “ad gentes”? Rispondete voi, cari lettori. Io non sto cercando di mettere in scena qualcosa di bizzarro per creare stupore. Sto traducendo in esempi quel che il Sinodo dei vescovi ha messo a fuoco durante tre settimane di lavoro a Roma, insieme a papa Benedetto, rilanciando uno dei messaggi centrali del Concilio Vaticano II: la riscoperta della Chiesa come popolo di Dio. Per la mentalità dominante, plasmata dai media, la Chiesa resta una società piramidale dove il “potere” è concentrato nelle mani delle gerarchie che emanano gride morali destinate a rimanere sempre più inascoltate: tanto vale -suggerisce una schiera di teologi che pontificano dai principali pulpiti mediatici- annacquare i principi per non perdere consenso. Una visione tutta politica della Chiesa, che ne mistifica completamente la natura; una caricatura utile solo a rendere inoffensiva la millenaria ma sempre “pericolosa”, inquietante istituzione. “Corpo di Cristo” è l’altra definizione che di essa hanno dato i Padri e il Concilio ha riaffermato con forza, insieme a quella di “popolo di Dio”. Questo popolo, questi comuni battezzati, quelle persone che ho indicato all’inizio sono, come ha ricordato il Papa nella Messa conclusiva del Sinodo, i santi. Senza virgolette. «Essi parlano un linguaggio a tutti comprensibile con l’esempio della loro vita», e sono chiamati a portare «il fuoco di Dio che è come un fuoco di brace». D’accordo, ma come si fa? Bisogna bruciare di questo fuoco, e questo fuco lo accende la fede, sostiene papa Ratzinger. La fede? Ma chi vive la fede in questo modo, oggi? E non è finita qui, il Sinodo invita tutti -sacerdoti, religiosi e laici- a ricordare il compito della loro vita: far conoscere Cristo agli altri, perché «tutti gli uomini hanno il diritto di conoscere Cristo e il suo Vangelo». Non c’è bisogno di fare tanti chilometri per essere missionari, giacché «la globalizzazione ha causato un notevole spostamento di popolazioni; pertanto, il primo annuncio si impone anche nei Paesi di antica evangelizzazione». Ricordo sempre quel che confessava deluso un sincero immigrato musulmano: «Vorremmo conoscere la radice di questa vostra civiltà, che ci attira anche perché più prospera e rispettosa delle persone; ma è difficile incontrare qualcuno che ci testimoni cos’è il cristianesimo». Ma forse che Cristo è conosciuto da chi è nato e cresciuto nei nostri Paesi europei, dai nostri vicini di casa e di lavoro? Da noi stessi? Non so se ne convenite, ma la mia impressione è che questo Anno della fede appena iniziato potrebbe essere l’occasione di una rivoluzione, personale anzitutto: capire cos’è la fede. Semplicemente. Ma ci vuole la semplicità di ammettere che non lo sappiamo. Che non sappiamo cosa sia quel cristianesimo che magari in qualche discussione affermiamo essere “la religione della nostra terra” e, se siamo in politica o nel giornalismo, dichiariamo a petto in fuori di voler difendere dagli assalti dei relativisti e dei...musulmani. Qui si tratterebbe, in realtà, di diventare (sempre il Papa) «i nuovi evangelizzatori: persone che hanno fatto l’esperienza di essere risanati da Dio, mediante Gesù Cristo. E la loro caratteristica è una gioia del cuore».