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Per l’Immacolata l’oro del Duomo

04.10.2017 - aggiornato: 04.10.2017 - 11:29

Domenica si terrà la festa per l’inaugurazione del nuovo altare dopo il restauro alla chiesa parrocchiale: l’ultimo dono di don Ezio Lozza per la sua comunità.

La chiesa di Santa Maria Immacolata prima dei lavori di restauro.

© Immagine d'archivio

di Andrea Finessi

 

Domenica la comunità di Besazio festeggerà il termine dei lavori nella chiesa di Santa Maria Immacolata, alla presenza del vescovo di Lugano mons. Valerio Lazzeri, il quale alle 9.30 benedirà il nuovo altare di marmo che è andato a sostituire il precedente altare in legno. Un momento che don Ezio Lozza guarderà dal cielo, contemplando la sua cara Besazio dove ha lasciato un altro segno tangibile del suo passaggio, così come ha fatto in tutte le comunità che hanno avuto occasione di conoscerlo. 

I lavori di restauro, come ci racconta il presidente del Consiglio parrocchiale Waldo Allevi, sono infatti nati proprio da don Ezio, il quale una decina di anni fa decise di mettere mano anche alla chiesa parrocchiale così come ha fatto in altre parrocchie. La chiesa dell’Immacolata, realizzata nel 1779 al posto del precedente tempio, negli anni ha subito diverse aggiunte, ma solo un restauro nel 1964 per mano di Giuseppe Poretti e Taddeo Carloni.

Dal Concilio Vaticano II inoltre la chiesa è rimasta sempre “sguarnita” di un altare degno in materiale non deperibile e gli interni non erano organizzati nel modo ottimale. Il nuovo restauro è perciò stato occasione di mettere ordine, ritinteggiando laddove necessario, rifacendo gli impianti elettrici e installando una nuova illuminazione che valorizzasse gli interni. «Si è trattato di un restauro conservativo, anche se si è andati a toccare tutto quello che vi era all’interno», spiega Allevi: i nuovi arredi in marmo di Candoglia e legno, il riscaldamento rinnovato, il fonte battesimale spostato, il confessionale spostato e ridimensionato, l’organo revisionato, il tabernacolo ripulito e consolidato, le panche con la nuova imbottitura, l’illuminazione, ora non visibile grazie alle strisce di led, infine l’esterno, dove è stata rifatta la pavimentazione che non drenava la pioggia, sostituendo il cemento con i cubetti di granito. Un investimento totale di 800mila franchi, a cui ha contribuito anche il Cantone e il Municipio nella misura del 20%, ma per la maggior parte a carico della Parrocchia, che ha dovuto vendere delle proprietà per coprire i costi e ricevere l’aiuto da parte della Confraternita del Santissimo Sacramento. Era però necessario, questo restauro, ribadisce Allevi: «Don Ezio aveva buon gusto e aveva piacere nel vedere le cose in ordine. Non è stata comunque una passeggiata e c’è stato chi diceva “va bene inscì”, perché la chiesa non era decrepita. Insomma l’appoggio non è mai stato scontato. Comunque abbiamo fatto tutto seguendo alla lettera quanto ci ha detto l’Ufficio dei Beni culturali e la Commissione di Arte sacra, senza aggiungere nulla, anche perché è già tutto bello così e ogni cosa in più sarebbe semplicemente di troppo».

Il marmo del Duomo

Il contributo più importante al restauro è comunque quello dell’architetto Moira Cadei, che oggi piange la perdita di don Ezio con cui aveva instaurato un bel rapporto e che le fungeva da “spalla” per questo progetto. L’architetto di Besazio in particolare si è occupata degli arredi e, dopo una prima idea che si è vista bocciare sia dai Beni culturali che dalla Commissione Arte Sacra, non si è comunque data per vinta. Doveva pensare all’altare, alla sede e all’ambone, cercando una coerenza che non appesantisse gli interni, finché non ebbe l’intuizione di disegnare strutture geometriche dalle linee semplici: «Lo spirito è stato quello di legare la terra con il cielo. Le lesene che ci sono in tutti i volumi evidenziano la verticalità delle forme. Ci erano stati chiesti dei volumi sobri che non andassero a fare ombra, senza avere forme strane e così sono partita dalla semplicità. Sede, ambone e altare sono i tre elementi principali, inoltre don Ezio ha voluto anche il portacero e il portacroce di fianco all’altare. Infine abbiamo voluto aggiungere le stesse forme anche per le sedute dei chierichetti, ma in materiale meno nobile».

La peculiarità di questo restauro infatti sta nel materiale utilizzato, ovvero la pietra di Candoglia, dalla Val D’Ossola: non un marmo qualsiasi, ma la pietra che è in uso esclusivo alla Veneranda Fabbrica del Duomo, la quale non la concede proprio perché utilizzata per il restauro continuativo del Duomo. «Don Ezio voleva però quella pietra, glielo chiesi ma non ho mai avuto risposta. Il mio compito era che il materiale si sposasse bene con i materiali della chiesa e pensavo più alla pietra di Saltrio. Tuttavia anche se sapevamo sarebbe stato praticamente impossibile ottenerla, chiedemmo la pietra di Candoglia al Duomo. Chi eravamo noi per averla? Eppure il primo febbraio 2016, quando avevamo già tutte le carte in regola per gli arredi, mons. Gianantonio Borgonovo ha scritto personalmente a don Ezio approvando la concessione». Quel prezioso marmo bianco, immacolato come la Madonna e usato per costruire le cattedrali, ora adorna anche la piccola chiesa di Besazio. Un ultimo dono di don Ezio, la cui tomba a Vercurago è stata adornata con un piccolo pezzo di pietra di Candoglia. 

 

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