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Architetti frontalieri, giovani e sfruttati

06.07.2016 - aggiornato: 06.07.2016 - 09:54

Non solo commercio o industria. Il dumping salariale  è approdato anche negli studi dei professionisti. Tre voci per capire il problema e le possibili soluzioni.

© (Foto Keystone/Ennio Leanza)

di Martina Salvini

 

28 anni, architetto, assunto nel Luganese per 2.100 franchi al mese. 32 anni, lavorava per 2.600 franchi al mese, anche di domenica. Stessa storia, ma salario ancora più basso per un giovane italiano di 26 anni che, assunto a Chiasso, di franchi mensili ne percepiva appena 1.200, assunto con un contratto di finto stage. 2mila franchi era invece il salario di un professionista 32enne impiegato a Mendrisio, mentre andava un po’ meglio a un giovane 28enne che lavorava a Bellinzona, dove di soldi ne percepiva 2.800. Denominatore comune: giovani professionisti frontalieri. 

Sono queste le cifre che ci ha fornito il sindacato OCST. Cinque casi di abuso che sono però rappresentativi di una tendenza in aumento nel settore, quella di sottopagare i dipendenti che arrivano ogni mattina dal vicino confine. E i protagonisti sono spesso giovani neolaureati che, in mancanza di un’occupazione in patria, cercano nuove opportunità in Ticino accettando, pur di lavorare, delle condizioni del tutto anormali per il nostro mercato del lavoro. Ne abbiamo parlato con Andrea Puglia dell’OCST. 

 

Qual è la situazione che si registra attualmente nel settore degli architetti?

Assistiamo a un mondo spaccato in due parti. Da un lato gli architetti di lungo corso che si sono insediati qui e hanno salari di tutto rispetto e dall’altro un nuovo mondo di architetti giovani e provenienti dall’Italia che hanno sempre più salari sui livelli italiani (dai 1.200 franchi lordi e raramente oltre i 3mila). I più fortunati arrivano a percepire 3.500 franchi mensili. Una cifra che può sembrare una paga buona ma per un architetto formato resta un salario basso. 

 

I giovani ticinesi, che evidentemente non possono sottostare a questo livello di retribuzione, faticano quindi a trovare un posto di lavoro?

Certo, anche perché a queste condizioni salariali corrisponde spesso anche un alto livello di qualifica. I ragazzi che arrivano dalla vicina Penisola e accettano questa retribuzione sono spesso architetti bravi, promettenti e formati in università valide. Quindi per il lavoratore indigeno c’è una concorrenza su un duplice fronte: una di tipo tecnico, alla quale però sono in grado di rispondere, e una di tipo salariale, che invece non può essere accettata da un residente, perché si tratta di uno stipendio che non permette di potersi mantenere.

 

Quanto conta il fatto che negli ultimi anni sia cresciuta l’offerta di professionisti del ramo?

Sicuramente l’offerta è aumentata e ciò ha fatto sì che i salari diminuissero. Essendoci più concorrenza alcuni datori di lavoro abbassano gli stipendi o assumono personale giovane retribuendolo sul livello dei salari italiani. Noi crediamo però che una causa fondamentale di questo dissesto salariale sia la totale mancanza di un Contratto collettivo di lavoro che nel ramo degli architetti manca.

Bisogna infatti ricordare che per il settore non esiste al momento neppure un Contratto normale di lavoro, anche se il Cantone sta discutendo questa ipotesi. Gli abusi non si limitano però al livello salariale, ma molto spesso i dipendenti lavorano anche la domenica, non ricevono alcun tipo di pagamento per gli straordinari e le ferie non vengono godute né conguagliate in busta paga. Non viene rispettato nulla del diritto del lavoro. 

 

 

 

Rizzi: «Il tema tra le priorità della Tripartita»

Per capire meglio come si stia muovendo la Commissione tripartita sul tema, abbiamo contattato Stefano Rizzi, direttore della Divisione dell’economia e presidente della Commissione.
«La Commissione si era chinata già tempo fa su questa problematica, portando avanti anche un’inchiesta da cui non erano però emersi gli estremi per proporre al Consiglio di Stato l’adozione di un Contratto normale di lavoro. Sono però continuate le segnalazioni di contratti con salari bassi e anche dal continuo monitoraggio dei nuovi permessi G (lavoratori frontalieri, ndr.) non sono giunti segnali di distensione. Per questo la Commissione tripartita, per il tramite dei servizi cantonali, si è da subito attivata nei confronti delle parti sociali per favorire una discussione alla ricerca di una soluzione per la via maestra, quella del contratto collettivo di lavoro (CCL)», sottolinea Rizzi.

Il direttore della Divisione dell’economia spiega anche che le discussioni sul tema fervono. «I lavori sono in corso – dice Rizzi - ed è un tema su cui stiamo discutendo in diversi incontri proprio in queste settimane con l’obiettivo di arrivare possibilmente a breve a una soluzione concertata tra le parti sociali. Una sfida rilevante è quella di arrivare a un contratto collettivo che possa avere i numeri per poter essere dichiarato di obbligatorietà generale». 

E se così non dovesse essere?  «Esiste anche una via intermedia, ossia la dichiarazione agevolata di obbligatorietà generale di un CCL. Si tratta di una delle misure accompagnatorie della libera circolazione delle persone e potrebbe essere un’alternativa nel caso in cui non si riuscisse a raggiungere i quorum necessari», sottolinea Rizzi, che infine aggiunge: «La soluzione di un Contratto normale di lavoro (CNL)  permetterebbe unicamente di fissare un minimo salariale, mentre un Contratto collettivo di lavoro affronta tanti altri aspetti che permettono di evitare anche il dumping sociale. Inoltre il CCL è certamente più coerente con il carattere liberale della regolamentazione del mercato del lavoro, dove sono le parti sociali che si attivano per regolare il proprio settore. In ogni caso, se non si troverà una soluzione, resta sempre la possibilità di riattivare la procedure per l’adozione di un CNL».

 

 

Pagnamenta: «Pronta una bozza di CCL»

Per una reazione abbiamo contattato anche Luca Pagnamenta, presidente dell’Associazione studi d’ingegneria e d’architettura ticinesi (ASIAT), l’associazione di categoria che incorpora tutti gli studi di progettazione nell’ambito dell’edilizia in Ticino. «Ci siamo fatti promotori dell’elaborazione di una proposta di CCL, un documento che è ora in una fase di elaborazione piuttosto avanzata. Proprio nelle scorse settimane il documento finale è stato mandato in visione ai soci per una consultazione. Nella nostra categoria l’unico CCL esistente è quello dei disegnatori e proprio da questa base siamo partiti – insieme a sindacati e giuristi – per elaborare un documento che possa mettere ordine del settore». E il feedback da parte degli associati, come conferma Pagnamenta, è atteso per il 18 luglio. «In base alle risposte che ci giungeranno potremo avere il polso della situazione», aggiunge. 

In merito alla situazione malsana che sta registrando il settore dal punto di vista salariale, Pagnamenta spiega: «Negli ultimi due anni ci accorgiamo che la situazione è peggiorata e le segnalazioni lo dimostrano. La nostra volontà è quindi che questo CCL diventi obbligatorio e stiamo lavorando per andare in questa direzione». 

«La situazione attuale – sottolinea poi Pagnamenta – porta molti datori di lavoro a scegliere chi assumere non in base al merito ma in base alla convenienza economica. Tutto ciò si traduce in una concorrenza sleale, non solo tra dipendenti indigeni e frontalieri, ma anche tra noi datori di lavoro. È chiaro infatti che se io ho una massa salariale dimezzata rispetto a quella di un mio concorrente posso avanzare proposte di onorario molto più basse. E questo, come detto, porta a una concorrenza sleale».

 

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