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Padre Mauro porta in dono la Custodia

08.03.2018 - aggiornato: 09.03.2018 - 11:44

(LE FOTO) Il Generale dei Cappuccini nel mondo, originario di Bivio, a Bellinzona: da oggi infatti i frati ticinesi migrano dalla Provincia svizzera a quella lombarda.

© Ti-Press / Samuel Golay
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di Claudio Mésoniat

 

Guida i Cappuccini di tutto il mondo da 12 anni, da due presiede l’unione mondiale dei superiori generali di tutti gli Ordini e dal prossimo settembre, alla scadenza dei mandati, tornerà in Ticino come semplice fraticello a disposizione del Custode dei Cappuccini della Svizzera italiana. Custode? Sì, da oggi, 8 marzo 2018, i Cappuccini di casa nostra diventano Custodia, migrando dalla Provincia svizzera a quella lombarda.

E questa è una delle novità di cui padre Mauro Jöhri è stato regista durante l’ultimo scorcio del suo ministero di Generale dei Cappuccini a Roma. Possiamo considerarlo un dono che padre Mauro porta ai suoi confratelli svizzero italiani. Non un privilegio dispensato regalmente alla sua terra dal monarca a fine regno, ma un atto di realismo che, con umile intelligenza francescana, ha coniugato necessità a virtù. Per capirne il senso e la portata incominciamo da qui il nostro dialogo con Mauro Jöhri, di origini grigionesi (è nato a Bivio il 1° settembre 1947). 

Padre Mauro, perché questa scelta, e come è stata accolta dai nostri frati?

Mi sono chiesto cosa potessi fare per i miei confratelli, per la nostra presenza in Ticino (al momento non abbiamo più frati italofoni nei Grigioni). Negli ultimi anni abbiamo avuto qualche vocazione, ma nonostante l’ottimo lavoro il nostro numero non è più sufficiente per rinnovarci realmente; più si diminuisce e più diventa difficile avere un’animazione, avere degli incontri di arricchimento. Di qui l’idea di collaborare intensamente con la Provincia lombarda. Sono molto contento che i frati in Ticino abbiano accolto quasi subito di buon grado questa apertura. Anche per evidenti ragioni linguistiche.

Ma ora dalla collaborazione si passa all’integrazione giuridica nella Provincia di Lombardia.

Con Milano, soprattutto dopo che ci avevano aiutato nella sostituzione di padre Callisto a Bellinzona, dove ora vi sono due padri venuti dalla Lombardia (anche alla Madonna del Sasso vi sono due fratelli arrivati da Milano), avevo prospettato che potesse nascere col tempo anche un legame giuridico più stretto. Loro hanno accettato. E in un capitolo provinciale svizzero del 2016, a stragrande maggioranza, si è votato che la Svizzera italiana diventasse Custodia di Milano. I confratelli della Svizzera tedesca ci sono sempre venuti incontro, ma oggi anche loro patiscono un forte calo di vocazioni.

E in Lombardia?

È una Provincia che ha ancora grossi impegni anche fuori dall’Italia, in Costa d’Avorio, in Camerum, in Brasile, in Thailandia. Hanno ancora vocazioni. Puntano molto sulla formazione dei loro frati, che studiano teologia tra Venezia e Roma, dove abbiamo l’Istituto francescano di spiritualità, già diretto da padre Padovese (poi vescovo, ucciso in Anatolia) e da Paolo Martinelli, ora vescovo ausiliare di Milano. Hanno avuto a suo tempo parecchie vocazioni dai movimenti, come Comunione e Liberazione e il Rinnovamento carismatico, oggi ottimi frati perfettamente integrati nel carisma cappuccino.

Perché l’idea della Custodia? Quali sono i vantaggi di questo nuovo statuto dei Cappuccini ticinesi?

Diventare Custodia vuol dire acquisire un’autonomia che come regione Svizzera non avevamo. Il Custode è considerato un superiore maggiore, vicario del Provinciale, con tutte le potestà che questi vorrà delegargli. Egli diventa quindi l’interlocutore del Vescovo per tutte le questioni riguardanti la pastorale in loco. I frati della Svizzera italiana recuperano un senso istituzionale che non avevano più. Aggiungo che lo stretto legame con la Lombardia ci darà la possibilità di Esercizi spirituali, di incontri di formazione: ci si apre a un mondo che dal punto di vista teologico, spirituale e culturale ha molto da offrire.

E padre Mauro Jöhri, terminato il mandato, tornerà in Ticino?

Sì, ho già chiesto ai miei confratelli di dirmi dove hanno bisogno di me. Non ho alcuna pretesa, ho solo il desiderio di essere d’aiuto alla comunità e, se possibile, di tornare a stare con la gente, perché qui a Roma sto con i miei frati ma sono completamente isolato dal mondo esterno.

C’è una possibilità che i Cappuccini tornino a Lugano?

I nostri confratelli di Milano sarebbero molto interessati a una riapertura di Lugano. Ma per mantenersi occorrerebbero delle occupazioni lavorative con un reddito. Poi il convento di Lugano è in una posizione un po’ infelice... felicissima per il panorama e per la vigna... ma non si è né in città né in periferia, dove abita la gente. Padre Callisto a suo tempo ebbe l’idea di andare in via Beltramina, dove c’è la chiesa del Cristo Risorto; idea che poi naufragò.

Il fatto di diventare Custodia e di rafforzare gli effettivi cosa può significare per la nostra Chiesa locale?

Secondo me è importante per la Diocesi una presenza di religiosi nelle diverse forme di consacrati. Dovremo impegnarci nel lavoro della pastorale vocazionale. Dobbiamo tutti capire che la vita consacrata, non solo quella sacerdotale, rappresenta un pilastro della vita ecclesiale. La Custodia è un’opportunità per rafforzare anche dal punto di vista personale le nostre fraternità, per proporci come una scelta di vita. Per esempio adesso abbiamo un novizio ticinese, 40enne, a Tortona. Vogliamo essere una presenza viva e attiva nella Chiesa locale.

E per il vostro Ordine a livello generale che prospettive vede?

Per me la preoccupazione più grande non è di tipo strutturale ma spirituale. Come gli altri Ordini, noi cresciamo nel sud del mondo, dove far parte di una realtà internazionale dà molte opportunità di accedere agli studi eccetera. La cosa è legittima, ma se non è accompagnata da una spiritualità più profonda, da un vero senso della vocazione, rischiamo di avere persone capaci ma a cui manca qualcosa di autentico, cioè la forza della fede che trasmettono. Come dare vita intensa, come ravvivare il carisma? La risposta ai bisogni reali delle società deve essere anche dettata dal carisma tipico che uno si porta dentro.

Soprattutto, penso, in questo cambiamento d’epoca, di cui il Papa continua a parlare.

Dobbiamo accettare la realtà di oggi, in cui stiamo perdendo tanti privilegi che come Chiesa avevamo. Dobbiamo accettare questa situazione come un’opportunità e non come una perdita. Questo ci porterà a una purificazione, ad avere una credibilità che non è fondata sull’istituzione forte ma sulla forza della testimonianza.

Come si è trovato con papa Francesco, che immagino abbia avuto occasione di conoscere da vicino?

Io con questo Papa mi trovo più che mai bene. È anche capace di prendermi in giro. La prima volta che venne a parlare all’Unione degli Ordini, per ben tre ore, entrò guardando l’orologio e dicendo “abbiamo lo Svizzero, dobbiamo cominciare puntuali”. Sono felicissimo di avere un Papa come lui, della spinta che ci sta dando e della provocazione continua. Perché non è semplice vivere con questo Papa, non ti lascia dormire sonni tranquilli, uno si sente in fondo sempre un po’ in ritardo su quello che lui dice.

Anche nell’Ordine è stato accolto bene? Non ci sono nostalgie per papa Benedetto?

Sicuramente lo stile è cambiato, ma trovo molto bello che Benedetto continui a far presente che la pensa come il Papa regnante. Anche tra noi ci sono persone che fanno fatica a capire e persone che per struttura loro sono piuttosto rigide, faticano a seguirlo sul discorso del discernimento. E cioè che non si possono solamente applicare regole ma ci si deve immedesimare nella persona che si ha davanti. 

 

 

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